Pescatori, muratori, ambulanti, lavoratori a giornata, dipendenti senza contratto. Ma anche artigiani, sarti, ebanisti. E pure quelli che invisibili lo erano già prima: prostitute, spiantati che tiravano a campare tra un parcheggio abusivo e il piccolo spaccio, padri di famiglia che portavano il pane in tavola con mille lavoretti. E tantissime donne, di solito badanti in nero con mariti in prigione e figli a carico: erano già soggetti a rischio, oggi sono praticamente costretti alla miseria. L’altra faccia dell’emergenza coronavirus in Sicilia ha un nome di sette lettere: povertà. Anzi nuova povertà. Una delle regioni meno ricche del Paese sta vivendo sulla propria pelle le conseguenze del lockdown per combattere il contagio. Anche perché a livello economico era già tra le più vulnerabili.

“Al Sud rischio default quattro volte più alto” – Secondo l’ultimo rapporto Svimez al Sud, dove la ripresa dalla crisi del 2008 è stata più lenta, oggi il rischio di default per le aziende medie è quattro volte più alto che nel resto d’Italia. Ma non è solo il tessuto produttivo che nel Mezzogiorno è stato colpito più duramente dalla serrata generale. A vedere cambiare la propria vita sono stati soprattutto quelli che già prima faticavano a sbarcare il lunario. Sono gli 800mila lavoratori irregolari, che – sempre secondo lo Svimez – erano attivi nel Sud Italia. Una stima fatta probabilmente per difetto: secondo la Cgil, solo nella provincia di Palermo un lavoratore su quattro è in nero. Anzi era. Dopo quella sanitaria, la principale conseguenza del coronavirus è stata creare nuovi poveri, in ogni angolo della Sicilia.

“A San Cristoforo, fame da sempre. Ora nuova povertà” – A Catania nel quartiere di San Cristoforo, uno dei più difficili della città, a essere in miseria sono soprattutto gli ex irregolari, cioè chi prima dell’emergenza lavorava in nero. Ad aiutarli è un’associazione culturale della zona, Gammazita, che si è convertita all’assistenza alimentare quando ha visto crescere la tensione sociale: “Questi quartieri hanno tanta fame sempre. Ma si è aggiunta una nuova povertà, di chi pur non avendo un contratto portava a casa uno stipendio per sfamare la famiglia e ora non ci riesce più”. Nella prima metà di aprile a Gammazita si sono rivolte circa seicento famiglie in un solo rione: “Qui la fame è tanta ed è reale”, dice Veronica, portavoce dell’associazione. Nelle case di San Cristoforo le condizioni di vivibilità sono al limite: “Parliamo di famiglie con sei o sette figli, spesso due nuclei familiari sotto lo stesso tetto. La loro vita, le loro tavole sono difficili da immaginare: senza frigorifero, senza cucina, senza corrente elettrica. È surreale ma è la verità”. Per gli abitanti di questo quartiere gli aiuti pubblici non arrivano: molti non sanno neanche come richiederli. E il coronavirus ha fatto precipitare una situazione già sull’orlo del baratro. “Molti non hanno uno smartphone, forse hanno difficoltà a scrivere e leggere”. E a fare le veci delle istituzioni, con le sole donazioni, i volontari temono di non reggere a lungo: “L’aiuto dello Stato deve essere diverso, capillare. E deve eliminare la burocrazia, perché queste persone senza i Caf non sanno presentare le pratiche”.

“Molti si vergognano a chiedere aiuto” –
Nel quartiere popolare di Catania a chiedere aiuto sono soprattutto donne: facevano le badanti e col loro stipendio sfamavano un’intera famiglia. O a volte anche due: pure quelle dei figli, sette persone in tutto. “Oggi – raccontano dall’associazione – sono a casa e per la prima volta in vita loro si trovano a chiedere un aiuto di cibo a qualcuno. Una di loro ci ha chiamato dicendoci: Stiamo patendo la fame, se avessi avuto un’alternativa non toglierei mai del pane a famiglie più sfortunate della mia ma oggi non ho più nulla da portare in tavola”. Molti provano vergogna per la situazione in cui sono. “Ci sono dei casi in cui già al telefono, da quello che non chiedono, capiamo perfettamente che sono al limite. Ci dicono: a noi non importa mangiare, chiediamo qualcosa per i nostri figli, l’importante è che mangino loro”. A San Cristoforo la povertà ha due facce: “Inutile nasconderlo – raccontano da Gammazita – molte persone in questo quartiere sono anche famiglie di spacciatori che non stanno spacciando perché non c’è nessuno in giro”. Ma c’è anche chi lavorava onestamente e oggi non riesce ad abituarsi a vivere in queste condizioni: “Molte famiglie sono generose e hanno grande dignità. Nei giorni prima di Pasqua siamo riusciti grazie alle donazioni a portare un uovo di cioccolato ai bambini del rione. Alcune mamme, una cinquantina, avevano già avuto un uovo quindi ci hanno detto: lo lascio e lo cedo al prossimo, non voglio che mio figlio ne abbia due e un altro bambino neanche uno”.

“Allo Zen la crisi si sente dieci volte di più”- Nelle zone popolari dell’Isola, la povertà economica si mescola a quella di opportunità. E non bastano pane e pasta a lenire il disagio. Lo spiega a ilfattoquotidiano.it Mariangela, che nel quartiere Zen di Palermo coordina il Laboratorio Zen Insieme: “Il problema alimentare è il più contingente. Ma a preoccuparci è il divario socioeducativo e la gestione dello stress. Qui la scuola rischia di diventare più ingiusta e nelle famiglie con strumenti culturali ridotti, spesso numerose e in case piccole, è difficile placare i nervosismi”. A chiedere una mano sono lavoratori saltuari e contrattualizzati in attesa di sussidi pubblici: “Allo Zen – dice Mariangela – la crisi si sente dieci volte di più. Conteniamo l’emergenza perché si è data da subito un’attenzione privilegiata e si è innescata una rete di solidarietà: qui chi viene aiutato aiuta a sua volta”.
“Il virus ci ha dato il colpo di grazia” – Lo scenario non è migliore nel resto del capoluogo siciliano. Basti pensare al caso dell’associazione Anpas Le ali, che prima dell’epidemia portava un pasto caldo ai senza fissa dimora, e oggi ha triplicato l’attività: “Si sono aggiunte centinaia di famiglie. Una casa ce l’hanno ma sbarcavano il lunario improvvisandosi idraulici, imbianchini, muratori: lavoretti precari che il distanziamento sociale non consente”. Accanto all’estrema povertà diffusa c’è la Sicilia dell’artigianato e della piccola impresa, piegata da anni di sacrifici. “Noi la crescita economica non l’abbiamo mai vista e il coronavirus ci ha dato il colpo di grazia”. A parlare è Saverio, titolare di una ditta di lattoneria a Partinico, nel palermitano. La sua azienda esiste dal 1960 e da tre generazioni si occupa di deformare materiali metallici, principalmente per sistemi di canalizzazione delle acque. “Prima del coronavirus avevo piccoli ordinativi e due dipendenti. La crisi c’era, ma se ne parlava e si andava avanti. Ora è tutto incerto”. Gli incassi dei lavori precedenti gli hanno permesso di stare a galla pagando i fornitori e gli stipendi di marzo. “Ma ora mi ritrovo nel dramma – spiega – con una liquidità che basta appena per le spese quotidiane. Siamo ottimisti, ma stiamo raschiando il fondo”. La pandemia nel suo settore ha aggravato una difficoltà preesistente, che accomuna una grande fetta del tessuto produttivo siciliano, quelli che hanno il quadruplo di possibilità di fallire rispetto ai colleghi delle altre parti d’Italia.

“Dopo anni di risparmi era arrivato il mio momento, ora non so come andrà” – In sofferenza sono anche gli artigiani creativi, che hanno iniziato vendendo i loro manufatti nelle fiere e oggi hanno un piccolo laboratorio. Sono oltre trecento in Sicilia, iscritti all’Associazione liberi artigiani-artisti Balarm (Alab), organizzazione senza scopo di lucro che li riunisce sotto uno statuto unico. Anche quando hanno botteghe avviate da anni, per lo più i loro ricavi sono microscopici e tantu non maturano i requisiti per aprire una partita iva. Realizzano il grosso della merce tra gennaio e marzo, per vedere tutti gli introiti dell’anno da maggio a settembre: vivono di turismo, feste di paese e matrimoni. Per loro le difficoltà in questo momento sono enormi, come racconta Giusi, stilista di Castelbuono che produce alta sartoria su misura: “Non siamo in nero e rilasciamo sempre una ricevuta però non facciamo parte né di Confartigianato né di Confindustria e non siamo materialmente riconoscibili”. Hanno storie di vita diverse: c’è Giuseppe, ebanista sulla cinquantina che ha un laboratorio nel cuore di Ballarò e ora ricorre ai buoni spesa comunali; ci sono due giovani coppie che creano accessori e articoli di moda. Avevano messo su famiglia vedendo delle prospettive ma ora dovranno reinventarsi: Intanto si appoggiano ai genitori. In previsione dell’estate alcuni stavano per aprire la partita Iva ma i loro progetti sono congelati e c’è chi si commuove: “Dopo anni di risparmi era arrivato il mio momento, ora non so come andrà”. A preoccuparli è anche la fase due: non sanno se il turismo riprenderà e alcuni dei processi di lavorazione richiedono lo stretto contatto. Giusi si domanda: “Come potrò realizzare un abito da cerimonia a distanza di un metro e mezzo o con mascherina e guanti?”.

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