I numeri del mercato auto di marzo, che arriveranno ufficialmente solo stasera ma che già avevamo anticipato, sono da profondo rosso: -85,6%, con immatricolazioni ferme a quota 28 mila, contro le 194 mila di marzo 2019. E non è andata meglio a veicoli commerciali (-73,4%), industriali (-50,2%) e autobus (-39,4%). Un crollo verticale, conseguenza dei provvedimenti di blocco totale contro il Coronavirus, che hanno svuotato i concessionari italiani. Anche se, di suo, il settore era già in stagnazione soprattutto a causa della diminuzione del canale privati.

Intendiamoci, gli interventi restrittivi erano necessari visti i rischi per la salute. Ma facendo i conti alla fine dell’anno porteranno ad un fisiologico ridimensionamento delle vendite totali, che se le condizioni attuali non cambiano, non supereranno quota 1.300.000. Ben lontane, nondimeno, dalle oltre 1,9 milioni dello scorso anno e assai più vicine a quelle della crisi sperimentata 12 anni fa.

Dati che inoltre mettono a serio rischio, oltre che la salute delle aziende automobilistiche, anche e soprattutto il posto di lavoro del 15-20% delle oltre 150 mila persone che lavorano nei 1.400 concessionari italiani. Le filiali nazionali delle varie case stanno supportando economicamente la rete in questo momento complicato, ma anche le loro risorse non sono inesauribili.

Cosa fare, dunque? “Dal momento che è venuta meno la liquidità in entrata ma non quella in uscita, c’è bisogno di intervenire. Serve un piano statale che da un lato protegga lavoratori e aziende, e dall’altro stimoli la ripresa del settore”. A parlare è Michele Crisci, il presidente dell’Unrae, ovvero l’associazione che rappresenta i costruttori esteri che operano nel nostro paese. Sono 46, per 64 marchi complessivi, e “pesano” per i tre quarti del mercato automotive.

Oltre al riallineamento fiscale agli standard UE sui veicoli aziendali nuovi (Iva detraibile al 100%, aumento a 50 mila euro del costo massimo deducibile e al 100% della quota ammortizzabile), l’Unrae ha sottoposto al governo una proposta che prevede di ampliare l’attuale sistema di incentivi Ecobonus, aggiungendo una terza fascia alle due già esistenti. Troppo poche, infatti, le auto che finora ne hanno beneficiato: solo il 2,1% del totale, divise nelle classi di emissioni da 0 a 20 g/km di CO2 (auto elettriche) e da 21 a 60 g/km (ibride con ricarica alla spina). Che non a caso hanno registrato un incremento di vendite del 550%.

La terza fascia da introdurre, secondo l’Unrae, dovrebbe essere quella con emissioni di anidride carbonica comprese tra 61 e 95 g/km , che andrebbe a coinvolgere un palcoscenico più ampio, fatto anche di veicoli con tecnologia full e mild hybrid, così come alcuni modelli a benzina e gasolio di ultima generazione. Per i quali, forse, sarebbe stata necessaria più attenzione: costano meno di quelli elettrificati, e la disponibilità economica post-crisi sarà di certo inferiore a un paio di mesi fa.

Viene da sè che, conti alla mano, l’esborso economico per lo Stato sarebbe ingente e abbastanza duraturo. Quanto? “Circa 3 miliardi di euro nei prossimi 18-24 mesi“, ha spiegato Crisci, “una cifra che include incentivi, defiscalizzazione, adeguamenti fiscali e aiuti alle aziende”.

L’effetto che interventi del genere, se presi con tempestività, possono avere viene quantificato dai tecnici dell’Unrae in circa 200 mila immatricolazioni aggiuntive a fine anno, il cui totale raggiungerebbe dunque 1,5 milioni. Questo nello scenario più favorevole, ovvero che le attività riprendano a giugno. In quello peggiore, ovvero che si resti fermi tutta l’estate e si riparta a settembre, non supererebbero quota 1,1 milioni. Ovvero 100 mila in più rispetto alla peggiore delle previsioni possibili, quella che ci si rimetta in moto effettivamente dopo l’estate ma senza intervento statale: in quel caso, si andrebbe poco oltre il milione di veicoli.

Un’eventualità che non conviene a nessuno: nè ai lavoratori, che perderebbero il posto, nè alle aziende, costrette a chiudere i battenti. E tantomeno allo Stato, che ogni 100 mila auto vendute si mette in tasca circa mezzo miliardo di euro di IVA.

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