Si sta molto parlando della possibile correlazione fra l’epidemia di coronavirus e l’inquinamento. Uno studio recentissimo di Leonardo Setti e colleghi esamina questa correlazione (lo trovate sul sito della società italiana di medicina ambientale). Il risultato è che sembra che il particolato atmosferico faccia da vettore di trasporto del virus e ne acceleri la diffusione. Questo sarebbe in accordo con il fatto che il massimo della diffusione dell’epidemia è in Val Padana, probabilmente la zona più inquinata d’Italia.

L’articolo non dice esplicitamente che l’inquinamento potrebbe anche aver indebolito le difese immunitarie delle vittime, ma questo è il risultato di altri studi. Per esempio, uno studio recente mostra come questo specifico virus attacchi preferenzialmente i polmoni dei fumatori, dal che si può dedurre che i polmoni indeboliti dall’inquinamento atmosferico siano particolarmente sensibili all’infezione.

Queste sono ipotesi possibili ma, ovviamente, non vuol dire che corrispondano alla realtà. In effetti, l’articolo di Setti ha generato anche reazioni negative. La società italiana aerosol (Ias) è intervenuta con un documento che fa notare che correlazione non significa causazione, che i dati sono incerti e che dobbiamo studiarci sopra molto di più prima di poter stabilire se il particolato atmosferico ha degli effetti sull’epidemia.

Chi ha ragione? Per la maggior parte di noi, è difficile dare un giudizio informato su un argomento così specializzato e complesso. Una cosa che possiamo dire, comunque, è che qui abbiamo una correlazione basata su dati – sia pure incerti – sostenuta da persone serie. Niente a che vedere con le varie follie che girano, tipo che l’epidemia sia tutta colpa del 5G, delle scie chimiche, o di chissà quale altro complotto mostruoso.

Un’altra cosa che possiamo dire è che questa storia è un buon esempio di come funziona il progresso scientifico: si parte da una correlazione, spesso inizialmente incerta, per poi cercare di arrivare a una spiegazione. Forse vi ricordate il caso del medico inglese John Snow che nell’800 aveva notato una correlazione fra il numero dei casi di colera a Londra e la distanza delle abitazioni delle persone ammalate da una certa fontana pubblica. La fece chiudere e così riuscì a fermare l’epidemia. Molto più tardi, si scopri che la fontana pescava in vicinanza di un pozzo che conteneva materia fecale infetta.

Oggi, ci sembra ovvio che Snow avesse ragione ma, ai suoi tempi, il ruolo dei batteri nelle malattie infettive non era noto e la sua idea fu inizialmente osteggiata. Può darsi che qualcuno avesse detto anche a lui che “correlazione non significa causazione!” Ma se Snow avesse aspettato di avere dati certi, la gente avrebbe continuato a bere da quella fontana e a morire di colera.

L’analogia con la situazione attuale è evidente. Anche per l’epidemia di coronavirus, abbiamo un’analisi della locazione dei casi che stabilisce una correlazione con delle zone particolarmente inquinate. Su questa base, si deriva una strategia di azione. Per il colera ai tempi di Snow, bastava chiudere una fontana per fermare l’epidemia, per il coronavirus bisogna ridurre l’inquinamento atmosferico. E’ meno facile, ma ci possiamo perlomeno provare. Se poi verrà fuori che la correlazione non c’era, beh, avremo comunque fatto qualcosa di buono.

Tutto questo non vuol dire che è il solo inquinamento a causare l’epidemia, assolutamente no. Ma se è un fattore importante, allora ha fatto danni. Se l’aria in Lombardia fosse stata meno inquinata, sarebbe stato più facile controllare la diffusione del virus e la mortalità sarebbe stata minore.

Una volta di più vediamo come i danni che facciamo all’ecosistema si ritorcono contro di noi. A questo punto, è inutile prendersela con i cinesi mangia-pipistrelli o con il governo che non ha chiuso le frontiere in tempo. In gran parte, la colpa ricade su tutti noi che, con la scusa dello sviluppo, non abbiamo fatto abbastanza per combattere l’inquinamento atmosferico. Ci vorrà tempo per rimediare, ma, perlomeno, il coronavirus ci sta insegnando che non c’è sviluppo se non è sostenibile e che uno sviluppo sostenibile rispetta sia l’ecosistema come la salute umana. Speriamo di ricordarcene nel futuro.

L’autore ringrazia Sylvie Coyaud e Alex Saragosa per i loro suggerimenti su questo argomento.

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