Il primo report sulla vita sociale nel dopo-Covid19, intitolato “We’re not going back to normal”, ovvero ‘Non torneremo alla normalità’, non è un vero e proprio studio approfondito dei ricercatori del celebre MIT (Massachusetts Institute of Technology) ma il resoconto giornalistico della prima ipotesi di scuola, basata su proiezioni di dati inglesi. E’ firmato dal caporedattore della rivista Technology Review, Gideon Lichfield, brillante giornalista economico-tecnologico che dal 2017 dirige l’house-organ dell’istituto universitario più prestigioso in materia di nuove tecnologie. Ha il peso che ha, quindi, ma è un testo quantomeno ben fatto e stimolante, che volendo tutti si possono leggere in originale online.

L’ipotesi di base è che le misure di ‘distanziamento sociale’ imposte dai governi stiano cambiando la nostra vita radicalmente, sopratutto in Occidente, anche perché sarebbero destinate a durare, in misura vieppiù temperata, per almeno 18 mesi. Il che vorrà dire, al di là delle risorse pubbliche che saranno assorbite dalla radicale trasformazione dei sistemi sanitari, un’impennata della cosiddetta “shut-in-economy”, ovvero letteralmente l’economia chiusa: mangeremo il più possibile cibo a km0, compreremo sempre più servizi domestici, andremo in vacanza soprattutto vicino a casa, torneremo a privilegiare mezzi di trasporto leggeri come la bicicletta. E ancora: i cinema e i teatri, quando riapriranno, venderanno posti distanziati, come i treni in questo periodo; in palestra si andrà solo su appuntamento e a numero chiuso; le riunioni si terranno in sale più grandi con sedie distanziate…

Infine, al di là di queste facili previsioni, Lichfield si sbilancia a ipotizzare che il Grande fratello della prevenzione e della mappatura dei contagiati, stile Israele o Singapore, possa diventare un sistema stabile, su scala mondiale, quantomeno a partire dalla ripresa dei viaggi aerei, ma questo è un altro discorso, che ovviamente piace al techno-entusiasta, così come viene invocato come lecito dai social-moralisti, ma inquieta molto tutti noi, in particolare gli spiriti liberi. Ci adatteremo, spiegano dal MIT, così come abbiamo accettato di toglierci le scarpe e farci scannerizzare per entrare negli aeroporti dopo l’11 settembre: adesso ci punteranno spesso anche la pistola-termometro alla fronte. Amen.

Se è lecito aggiungere una modesta osservazione, l’emergenza Covid-19 dovrebbe e potrebbe ribaltare il nostro rapporto con la natura e il mondo animale in particolare. Ben al di là delle reiterazioni, alla Zaia, dell’orrore per i cinesi che mangiano topi e pipistrelli, e hanno allevamenti intensivi allucinanti, il distanziamento sociale sta producendo in questi giorni una riscoperta della bellezza della vita naturale. Lo si nota anche da una certa effervescenza comunicativa di foto di lepri nel parco metropolitano e di scoiattoli davanti a casa sulla strada del paese, dal canto dei pesci che tornano in laguna e dall’invocazione per le rondini sui tetti.

Chi, poi, se la spassa in piena emergenza è il grande M49, l’orso ‘ribelle e imprendibile’, che è uscito dal letargo una ventina di giorni fa e se ne va in giro tra Trentino e Alto Adige forzando porte delle malghe deserte in cerca di cibo, scoperchiando arnie, provando a mangiarsi persino qualche povero asinello di notte. Per questo l’orso è stato soprannominato addirittura Papillon, con ammirazione. Molti giornali – in primis quello dei salotti radical che idolatrano papa Francesco (dimenticando volentieri che la sua seconda enciclica, “Laudato sì”, invita a “far diventare paradigma di giustizia l’ecologia integrale”) – , preferiscono chiamare M49 “orso problematico” persino nei titoli delle cronache. Forse pensano che sia questo il modo politicamente più corretto, genere ‘diversamente abile’, di definire il plantigrado in fuga.

Ora, etichettare con questo linguaggio pseudo-psichiatrico un grande carnivoro che si vuole nutrire di miele o di prede animali, che “osa” saltare fuori dalle recinzioni o addirittura spaccare i gabbioni in acciaio delle trappole, svela soltanto il nostro problema di fondo. Abbiamo interiorizzato la prepotenza e l’onnipotenza umane prima di tutto nei confronti della natura, al punto da considerare un disturbo della personalità il comportamento normale di un grande mammifero nato e cresciuto in un contesto molto antropizzato e quindi in grado di frequentare al bisogno, con una confidenza imprevista, i dintorni delle case, gli allevamenti e i recinti. In realtà, M49 sta dando lui del gran gran filo da torcere – e non d’acciaio, ma di nervi – a chi lo insegue, per non dire di chi lo fa cacciare, cioè le autorità locali delle provincie autonome di Trento e di Bolzano, nonostante il diverso manifesto indirizzo del ministero dell’Ambiente.

Immagino che nemmeno agli apicultori o ai proprietari delle pecore e dell’asino predati da M49 possa piacere quel “problematico”, ma un fatto è certo: dopo questa emergenza sanitaria mondiale dobbiamo ripensare a fondo le parole che usiamo, perché anche l’ecologia comincia dal linguaggio.

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