Dagli uffici postali, alle sedi dell’Agenzia delle Entrate, fino ai call center, dove l’esposizione al contagio Coronavirus si somma in alcuni casi alla cronica violazione dei diritti dei lavoratori. L’ultimo decreto del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dispone che vengano garantiti il funzionamento dei servizi bancari, postali, finanziari, assicurativi e tutti quelli di pubblica utilità, che però saranno fortemente ridotti con provvedimenti che dovranno prendere i presidenti delle Regioni.

Ma per i dipendenti degli uffici pubblici che restano aperti, non è facile in queste ore andare a lavoro facendo i conti con la paura e con una serie di disagi. C’è chi ha la mascherina, ma non il disinfettante per le mani, chi ha i dispenser con il sapone ma nessun altro tipo di protezione e poi c’è la strada dello smart working che, sulla carta, è un’ottima soluzione, ma nella realtà non è sempre percorribile. Soprattutto in un Paese che poco ci ha investito.

Gli appelli La verità è che mai come in queste ore l’Italia non è divisa in due. Non c’è il Nord, dove tutto funziona, con mascherine a profusione, dispenser installati ovunque e distanze rispettate e il Sud esposto ai pericoli, senza protezioni né regole. E, soprattutto, non c’è più il Nord colpito dalla pandemia e il Sud in salvo. E la situazione degli uffici pubblici lo rispecchia.

In Sicilia il sindacato Csa-Cisal ha chiesto alla Regione, all’Anci e a tutti gli enti locali “di chiudere immediatamente tutti gli uffici pubblici non essenziali, come musei e impianti sportivi, così da lasciare a casa i dipendenti e limitare al massimo i pericoli di contagio”. “Non è più il momento delle mezze misure – il commento Giuseppe Badagliacca – ma è necessario adottare provvedimenti drastici e coraggiosi, a maggior ragione lì dove non sono state effettuate le sanificazioni e non sono stati acquistati guanti e mascherine: non basta limitare l’accesso al pubblico, bisogna chiudere gli uffici così da lasciare a casa anche i lavoratori”.

Ancora prima a lanciare l’appello a Poste Italiane è stato, nei giorni scorsi, il sindacato Slp Cisl di Cremona, fra le trincee della lotta lombarda al Coronavirus: “Niente consegne da parte dei postini e niente attività di sportello da parte degli impiegati, ma anche niente contatti con i clienti da parte dei consulenti”, ha chiesto il sindacato.

Agenzia delle Entrate e Poste, le direttive Per quanto riguarda l’Agenzia delle Entrate, già dal 10 marzo è stata comunicata la necessità di ridurre al minimo l’affluenza dei contribuenti. Presso gli uffici, dunque, è possibile consegnare documenti e richiedere servizi per la successiva lavorazione in back-office, ma si invita all’utilizzo dei canali telematici per la richiesta dei servizi.

Dal pomeriggio dell’11 marzo, invece, poche ore prima l’annuncio del premier sui social, Poste Italiane aveva comunicato che il servizio continuava ad essere garantito su tutto il territorio nazionale “con un numero omogeneo di Uffici Postali aperti in proporzione agli abitanti di ciascun Comune” e “nel rispetto della tutela della salute dei propri lavoratori e di tutti i cittadini”.

In pratica è in atto una razionalizzazione delle aperture e, inevitabilmente, alcuni uffici verranno chiusi. In tutti quelli che resteranno aperti, ha assicurato l’azienda, sono state poste in essere delle linee di distanza dalle postazioni degli operatori, mentre per i servizi di consegna di corrispondenza e pacchi, gli orari di lavoro dei portalettere sono stati dilazionati per evitare la concentrazione di personale all’interno dei siti operativi nelle stesse fasce orarie. “L’operatività di tutti gli altri dipendenti di Poste Italiane – assicura l’azienda – è garantita dal ricorso allo smart working”.

I ritardi – Eppure il segretario nazionale del sindacato Slc Cgil, Nicola Di Ceglie, racconta che in molte aree si registra “un forte ritardo sulla consegna di tutte le dotazioni di protezione individuali previste e sulla sanificazione dei posti di lavoro”. E aggiunge: “Non si può continuare a mettere a rischio l’incolumità di lavoratrici e lavoratori, pretendendo dagli stessi il presidio del servizio, da tutti quei portalettere e sportellisti che ogni giorno svolgono un lavoro al pubblico”.

Di Ceglie ricorda che Poste Italiane sta garantendo il servizio pubblico con 130mila lavoratrici e lavoratori, ma che, proprio per tenere gli uffici aperti e consegnare la corrispondenza, gli operatori stanno pagando un prezzo alto. “Molti si sono ammalati – spiega – altri si trovano in quarantena”. Anche nelle sedi dell’Agenzia delle Entrate i dispositivi di protezione non sono sempre presenti. In alcuni sono già in servizio guardie giurate e sono presenti dispenser con gel disinfettante, ma mancano le mascherine.

E mentre i dipendenti cercano di attrezzarsi, magari anche di tasca propria, in molte sedi si aspettano ancora le operazioni di sanificazione dei locali, piuttosto che i pannelli di plexiglass per le postazioni degli sportellisti, montati nelle scorse settimane in molti uffici dei comuni del Nord, da Rimini a Torino fino ai comuni più piccoli.

I problemi dello smart working “Un problema comune è quello dell’applicazione dello smart-working”, spiega a ilfattoquotidiano.it il coordinatore nazionale della Slc Cgil, Giuseppe Di Guardo. Intanto, “perché non può essere utilizzato con tutta una serie di lavoratori. Basti pensare ai fattorini”, aggiunge. E poi, come segnalano da alcune sedi dell’Agenzia delle Entrate, per svolgere alcune attività il lavoratore da casa dovrebbe aver installato sul computer dei software, che non è sempre facile installare. La conseguenza è che il lavoratore resta sì a casa, ma non può svolgere tutte le operazioni.

Sul tema è intervenuta anche la ministra della Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone che, intervistata a 24Mattino, su Radio 24 ha segnalato che tanti segretari comunali, sindaci e quanti lavorano nella pubblica amministrazione le scrivono per dire che non tutti sono riusciti ad avere lo smart working richiesto”. E ha annunciato una una norma per specificare che gli uffici pubblici devono rimanere funzionali, “ma devono concedere il lavoro agile necessariamente, perché in questa fase deve diventare la modalità di lavoro ordinaria, salvo per quei tipi di lavoro che non si possono fare tramite computer”.

I call center Ma a preoccupare, in queste ore, sono anche i call center. “Quelli più grandi si stanno attrezzando – spiega Di Guardo – con le distanze di sicurezza, i dispenser e le mascherine, almeno dove si può, perché il problema della disponibilità delle mascherine è ormai cosa nota a tutti. Ma ci sono tutta una serie di situazioni difficili da intercettare, dove già normalmente mancano le tutele”. Anche in questo caso, come per tutti gli uffici pubblici del territorio nazionale “le notizie in merito alla disponibilità delle protezioni arrivano a macchia di leopardo”.

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