Un assedio economico. Qualcuno descrive così la situazione che stanno vivendo i siriani. Dopo quasi nove anni di guerra, la popolazione continua a soffrire. L’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità sta prostrando le famiglie e rende sempre più difficile procurarsi cibo, carburante ed elettricità. Una lotta quotidiana all’interno della guerra civile. Ad Aleppo, come in altre città, ogni giorno centinaia di persone si mettono in fila per ricevere la propria razione di cibo. Uomini, donne e bambini che, stremati dal lungo conflitto, dipendono oggi in gran parte dagli aiuti umanitari.

Povertà e fame dilagano – Secondo l’Onu, più dell’80% della popolazione vive sotto la soglia della povertà che colpisce sia chi si trova nelle aree controllate dal regime sia chi vive nelle zone occupate dai ribelli. Persone che lottano contro la fame, famiglie che patiscono il freddo per mancanza di riscaldamento. Si vive con i buoni pasto distribuiti per comprare il cibo sussidiato e il mercato nero si prende piede senza sosta. Secondo un recente rapporto del World Food Programme, più di un siriano su tre (circa 6,6 milioni di persone) non ha disponibilità sicura di cibo e 2,6 milioni sono gli abitanti a rischio di insicurezza alimentare.

Il prezzo del cibo ai massimi – Non ci sono dati ufficiali sull’inflazione, ma secondo uno studio del Financial Times l’aumento del prezzo dei beni alimentari rischia di andare fuori controllo. L’elevata inflazione è dovuta soprattutto alla svalutazione della lira siriana, che rende più costoso importare i prodotti alimentari dall’estero. A ottobre, per comprare un dollaro servivano 500 lire, ora ne servono più di mille: una svalutazione del 100% in pochi mesi.

Le persone ritornano in piazza – E ora, a nove anni dalle prime proteste, nuove agitazioni iniziano a percorrere alcune aree controllate dal regime. Contestazioni sono avvenute a partire dal 15 gennaio a Suwaida, città del sud a maggioranza drusa. I manifestanti hanno gridato: “Questo è un governo di ladri”. Alcuni attivisti hanno definito le proteste la “rivoluzione della fame”, a conferma del fatto che questa volta la ragione sembra essere più economica che politica. Chi è sceso in strada si è lamentato dell’aumento dei prezzi e delle difficili condizioni di vita e ha contestato i grandi uomini d’affari legati al presidente Bashar al-Assad.

Le cause della crisi: dalla distruzione bellica all’instabilità in Libano – Ma da dove nascono questi problemi? Un fattore strutturale sono i danni all’industria e all’agricoltura provocati dal conflitto. Inoltre, come riporta Reuters, la guerra ha di fatto azzerato i ricavi da turismo e ha ridotto le esportazioni di petrolio. Dal 2011 la quantità di dollari entrata nel Paese è diminuita notevolmente, facendo svalutare la lira. La guerra ha gettato i cittadini nel panico, spingendoli a trasferire i loro soldi all’estero. Negli ultimi mesi, anche la crisi finanziaria nel confinante Libano, ha creato problemi nel Paese, sconvolto le importazioni, soffocato le rimesse dei profughi siriani e ha innescato il panico nei mercati valutari.

Le sanzioni di Stati Uniti e Unione europea – A strangolare la Siria sono anche le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dai Paesi europei che hanno colpito gli uomini d’affari più vicini ad Assad e i cittadini non americani che commerciano con loro. Le misure punitive hanno ridotto le esportazioni di petrolio e l’afflusso di valuta estera, disincentivando gli stranieri a investire nella ricostruzione. Il governo confidava anche nel ritorno dei ricchi siriani emigrati all’estero. Inoltre, i finanziamenti esteri ai nemici del regime sono diminuiti drasticamente, facendo scendere così i flussi illeciti di dollari nel Paese.

Il governo risponde con misure restrittive – Di fronte alla svalutazione, le associazioni delle imprese siriane hanno creato un “fondo per la stabilizzazione della lira” e a novembre il governo, come riporta l’agenzia di stampa siriana Sana, ha aumentato pensioni e salari dei dipendenti statali. Ma di fronte al repentino crollo della valuta, l’esecutivo si è trovato costretto il 18 gennaio a vietare l’utilizzo di moneta estera con la minaccia di carcere e lavori forzati per i trasgressori. Una misura drastica in un’economia dollarizzata come quella siriana. Le accuse di speculazione agli agenti di cambio si sono concretizzate il 21 gennaio con la chiusura di quattordici cambiavalute.

L’Iran tiene in piedi il sistema – Non si è ancora, comunque, all’iperinflazione. Nonostante tutto, la lira tiene grazie alle rimesse e all’afflusso di milioni di dollari dall’Iran, che finanzia milizie locali, fornisce petrolio e mette a disposizione linee di credito per beni di consumo. “Il sostegno di Teheran è stato un’ancora di salvataggio e ci ha tenuto in piedi”, ha detto a Reuters Abdul-Laif al Mardini, un banchiere siriano. Ma dopo l’uccisione di Qassem Soleimani e le nuove sanzioni, il timore di un minor intervento della Repubblica islamica ha aumentato le incertezze.

Twitter: @bonetti_aless

Fotografie di Arthur Lanternier

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