Tre modalità e gradazioni diverse di intendere la purificazione. Così potrebbe suonare il denominatore comune dell’inconsueto viaggio di tre film italiani in programma alla 70ma Berlinale, collocati nelle sezioni Panorama, Forum e Settimana della Critica. Parliamo rispettivamente di “Semina il vento” di Danilo Caputo, “La casa dell’amore” di Luca Ferri e “Faith” di Valentina Pedicini. Un film di finzione, il primo, e due documentari gli altri, tutti in première mondiale, e tutti realizzati da cineasti giovani. Il che non significa, naturalmente, che il loro sguardo sia deficitario di maturità o della capacità di far riflettere.

Andando in ordine di ‘apparizione’ (e di ottima accoglienza) sugli schermi berlinesi, il secondo lungometraggio del tarantino Danilo Caputo, classe 1984, traduce in romanzo di formazione lo speciale rapporto fra una giovane studentessa di agraria e la natura, mentre mette sotto processo il tragico stato d’inquinamento ambientale e politico in cui versa la sua terra. A soli 10 km dalla sua abitazione, infatti, si erge il più grande polo siderurgico d’Europa, chiaramente l’Ilva, di perenne e triste attualità. Non volendo tuttavia ‘puntare il dito’ in maniera qualunquista contro le svariate forme di ecomafia che avvelenano il territorio, Caputo ha scelto una strada obliqua, quella dell’inquinamento mentale, che a suo avviso è all’origine di ogni tossicità. “Qui la gente è inquinata in testa” fa infatti pronunciare alla giovane amica della protagonista Nica (interpretata da Yile Yara Vianello, diventata famosa 9 anni fa da baby attrice in “Corpo celeste” di Alice Rohrwacher): per questo la futura agronoma, una volta tornata nel suo piccolo paese di provincia, cerca disperatamente di trovare la causa della malattia degenerativa in cui versano gli ulivi di famiglia. Ma mentre Nica indaga da brava scienziata contro parassiti naturali, si trova di fronte a qualcosa di ‘innaturale’, ben più pericoloso e difficile da ‘purificare’, essendo legato alla sua famiglia. Piccolo film che innerva realismo alla magia arcaica di quei territori, “Semina il vento” non lascia indifferente lo spettatore, creando nuove consapevolezze e rigenerando nei giovani la voglia di non arrendersi.

Di purificazioni più metafisiche trattano invece sia “La casa dell’amore” che “Faith”. Se il primo elabora la purificazione dal superfluo mentre dissoda le disfunzioni del pregiudizio, il secondo si mette in osservazione di come questa sia perseguita da una comunità di cristiani integralisti che praticano le arti marziali chiamati ‘Monaci Guerrieri’. Capitolo conclusivo di una trilogia definita ‘domestica’ perché composta da lavori girati all’interno di spazi domestici, “La casa dell’amore” mette al centro dell’obiettivo la figura della transessuale milanese Bianca Dolce Miele; residente in un’abitazione senza luci artificiali ma illuminata solo a candele, la protagonista si guadagna da vivere come prostituta nelle forme più creative possibili, (di)mostrando un corpo mai servile ma ‘al servizio’ dell’amore. Luca Ferri, artista poliedrico bergamasco auto-formatosi, scava nella profondità dell’insolvibile dualismo soggetto-oggetto ‘purificandolo’ da ogni ornamento: ne esce la bellissima essenza dell’universo ‘home’ che è casa e corpo allo stesso tempo, mentre lo spettatore si affeziona alla naturalezza di visione di uno spazio-soma complesso eppure meravigliosamente completo. Il pregiudizio viene smascherato, a vincere è solo l’amore.

E sempre sull’uso del corpo lavora – per paradosso – la purificazione spirituale in “Faith”, che già dal titolo evoca l’elemento insondabile dalla ragione. Documentario già acclamato all’Idfa di Amsterdam, il nuovo film di Valentina Pedicini (la ricordiamo per il documentario “Dal Profondo” e per l’esordio nella finzione “Dove cadono le ombre” del 2017) entra nella clausura del Monastero fondato da un ex maestro di kung fu che ha votato la propria esistenza a una forma di consacrazione particolarissima. Egli, con i suoi fratelli e sorelle (le ‘Madri Guardiane’) cercano la purezza nell’essenzialità monocromatica (vestono esclusivamente di bianco, non ricevono cibo contaminato da mani esterne al Monastero) e nel combattimento fisico per scacciare i demoni interiori. Il documentario-testimonianza sui 22 consacrati incontrati dalla regista – che con loro ha vissuto per un periodo aderendo totalmente alle regole vigenti – è girato in bianco e nero per coerenza allo spirito della loro ‘faith’, ed è un viaggio straordinario dentro a una realtà nascosta osservata con rispetto e attenzione, completamente depurata da ogni giudizio.

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