Hateboer non c’era, sarebbe nato quattro anni dopo, c’era già Percassi, presidente giovanissimo, c’erano le notti europee di una Dea che sognava e c’era il coro “E-e-Evair!!!” che il Comunale dedicava a quello strano bomber brasiliano.

Pescato in Brasile dall’anima nerazzurra Franco Previtali e da un altro che per gli attaccanti aveva occhio, Sergio Clerici, che a Bergamo e poi quasi ovunque in Italia già aveva segnato anni prima. Lo presero nel 1988 dal Guarani, e a una prima occhiata non pareva avessero fatto sto grande affare. Non faceva sognare Evair, essendo l’opposto del funambolo brasiliano: un cristone di 1 e 90, bruttarello e sgraziato. Le apparenze in alcuni casi non sbagliano: Evair non è esattamente il prototipo del brasiliano tutto samba, finte e allegria: parla poco, balla meno, è timido e ha pochi fronzoli. In altri casi però la prima impressione è sbagliata: è vero, il fisico non è quello del giocoliere, ma Evair è tutt’altro che scoordinato anzi, ha buona velocità nonostante il peso ed è abile con entrambi i piedi, ha buon dribbling ed è bravissimo a giocare in profondità coi compagni, per i compagni. Un attaccante moderno dunque, che oggi scatenerebbe gli appetiti delle big.

30 anni fa però Bergamo gli andava benissimo: gli andava benissimo avere accanto Caniggia (che arriverà dopo) e sfruttarne velocità e imprevedibilità, le giocate di Nicolini, le cavalcate di Stromberg, i muscoli di Bonacina, col “Mondo” in panchina a guidarli. E quella banda di giovanotti, neopromossi in A (e nel contempo freschi semifinalisti di Coppa delle Coppe), le danno a tutti: Evair segna e fa segnare i compagni e le grandi cadono a una a una a Bergamo e fuori.

L’Atalanta vince a San Siro contro il Milan di Sacchi e punisce la Juve al Comunale proprio grazie a un capolavoro di Evair. Il brasiliano ne fa 10 in quella stagione e porta la Dea in Europa. E’ la prima storica qualificazione in Coppa Uefa, anche se l’Europa l’Atalanta l’aveva già visitata, grazie alla Coppa delle Coppe.

Ma il debutto non va bene: lo Spartak Mosca è ostico al primo turno e il cammino si interrompe subito, dopo lo 0 a 0 a Bergamo e la sconfitta per 2 a 0 al ritorno. In una stagione funestata dalla morte del presidente Bortolotti in un incidente, la Dea si ripete in campionato confermandosi “ammazza grandi”, bissando la vittoria in casa della Juve e arrivando al settimo posto, qualificandosi ancora in Coppa Uefa.

Evair ha qualche noia fisica, gioca poco ma segna ed è ancora fondamentale anche grazie al nuovo partner d’attacco Caniggia. L’anno successivo è quello delle splendide notti europee: la coppa Uefa allora era una cosa seria ed Evair mostra ancora una volta non solo di essere bravo, ma di avere anche il carattere del trascinatore risultando decisivo. Il brasiliano è fondamentale per l’Atalanta, prima con la Dinamo Zagabria, dopo lo 0 a 0 a Bergamo, il vantaggio di un giovanissimo Boban in Croazia e le tante botte che si danno i tifosi fuori il cammino della Dea pare segnato, ma i bergamaschi si conquistano un rigore. Evair con freddezza più bergamasca che brasiliana non si cura né dei fischi dei croati né dei balletti di Ladic: lo spiazza, segna e garantisce il passaggio del turno alla Dea.

E’ ancora protagonista il brasiliano nel turno successivo col Fenerbache: apre le danze nella vittoria in casa per 4 a 1 con un gol dopo una gran cavalcata. In campionato Evair ne fa altri 10, sempre in silenzio, sempre col suo stile molto meno appariscente rispetto al biondo compagno di reparto Caniggia che fa faville in campo e fuori. La Dea supera anche il Colonia e arriva ai quarti di finale con l’Inter, dominando nel match d’andata a Bergamo senza riuscire però a segnare. L’Inter vincerà 2 a 0 a San Siro al ritorno però e poi vincerà la coppa. Il doppio impegno e il lungo cammino in Europa pesano e nonostante un girone di ritorno quasi da scudetto il terreno perso all’inizio impedisce ai nerazzurri di confermare la qualificazione nelle coppe.

A fine stagione si tirano le somme, e tra il sangue freddo, la concretezza, l’esser timido e taciturno, alla fin fine qualcosa di brasiliano Evair deve pur averla: la saudade. Il Brasile gli manca e a un prosieguo di carriera brillante in Europa preferisce il richiamo di casa. Nonostante sia giovane, 26 anni, e l’Atalanta abbia tutte le intenzioni di tenerlo, Aparecido Paulino, questo il suo nome, decide di far ritorno a casa: al Palmeiras dove vince due campionati, diventando idolo di un giovanotto che di lì a poco qualche risultato come attaccante farà parlare di sé, Neymar.

Poi come tanti connazionali va in Giappone a Yokohama, anche per rimpinguare il conto in banca e mettere al sicuro le nuove generazioni con gli yen, ma segna a raffica e anche qui vince il campionato. La chiusura di carriera è un girovagare tra diverse squadre brasiliane, segnando ancora, vincendo ancora un campionato col Vasco Da Gama e arrivando con le scarpette ai piedi (e qualche chilo in più) alla soglia dei 40 anni. Appena ha smesso ha tentato la carriera di allenatore senza troppe fortune e gestisce una fattoria coi figli. Oggi compie 55 anni: conoscendolo non darà nessuna grande festa in fazenda al ritmo di samba, festeggerà sobrio e col sorriso un po’ triste, concedendosi magari una cachaça, alzando il bicchiere prendendo un sorso per poi sorridere senza farsi vedere e sussurrrare a labbra strette poche sillabe, ritmate… “E – E – Evair!”.

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