La sentenza n.120/2018 della Corte costituzionale, quella che ha finalmente cancellato il divieto di sindacalizzazione delle Forze armate, testimonia l’ennesimo tradimento della Costituzione repubblicana, un tradimento durato per oltre 70 anni. Certo sarebbe interessante fare oggi una valutazione dei danni provocati dalla mancata modernizzazione delle strutture militari in termini di inefficienze, di malessere lavorativo e di “separatezza” dalla società. È un fatto che negli attuali regolamenti militari siano sopravvissute regole anacronistiche, scritte nel periodo fascista e persino nel periodo prefascista.

Ebbene, la storica sentenza dei giudici costituzionali, invece di innescare nella politica il desiderio di recuperare il tempo perduto e di farsi perdonare la lunga negazione di un diritto costituzionale per un’intera categoria di cittadini, ha evidenziato al contrario la tenace ostilità al rinnovamento del mondo militare da parte delle forze più retrive di questo Paese.

Le resistenze conservatrici, frutto di arretratezza o di malafede, risultano tutte fondate sul timore enfatizzato che la sindacalizzazione comporti minore efficienza e possa nientedimeno minare la necessaria “coesione”. Eppure è molto più semplice dimostrare che l’efficienza e la “coesione” vengono logorate piuttosto da una militarità in alcun modo mitigata, dalla rigidità gerarchica, dall’esercizio sbrigliato del potere, dalla proliferazione dei posti di comando, dall’ipertrofia burocratica, dagli abusi, dal clientelismo e dalla corruzione. L’opposizione alla democratizzazione, dunque, ha le sue vere radici nella volontà di difendere privilegi e interessi privati di vario genere.

Il clima politico in cui si stanno svolgendo i lavori parlamentari per l’approvazione della disciplina dei sindacati militari continua a essere nettamente sfavorevole. Manca un adeguato dibattito pubblico e si registra ancora un sospetto disinteresse da parte della stampa, a eccezione of course de Il Fatto Quotidiano. Latita, di conseguenza, l’informazione televisiva.

I partiti di destra – sempre pronti a strumentalizzare le vicende dei militari nelle loro “epiche” campagne anti-migranti o anti-magistrati (rectius: contro l’indipendenza del potere giudiziario dall’esecutivo) – stanno facendo ovviamente tutto il possibile per vanificare la sindacalizzazione delle Forze armate. Del resto, la funzione storica delle destre è esattamente quella di limitare o negare i diritti. Dal lupo cosa pretendete, che mangi viole del pensiero?

Dal canto suo il M5S, principale artefice di quella deludente proposta di legge giacente in Commissione Difesa, sulla questione dei sindacati militari rischia di confermare – come nella migliore tradizione del trasformismo da Depretis ai nostri giorni – che i movimenti “anti-sistema”, nel Belpaese, sono tutti destinati prima o poi a essere assimilati dal “sistema”.

E allora il Pd? In effetti il Partito Democratico, che si presenta come una forza progressista, avrebbe dovuto sposare in pieno la causa dei diritti sociali e civili dei lavoratori in divisa, farne una prioritaria battaglia di partito, ma così non è stato. Il segretario Nicola Zingaretti, su questo tema, avrebbe potuto dire “una cosa di sinistra” o almeno “una cosa di civiltà”, ma non l’ha fatto. Così, grazie alla Corte costituzionale, il primo passo è stato compiuto, ma il cammino verso la modernizzazione delle Forze armate è senza dubbio in salita.

Se non cambieranno le condizioni politiche, avremo una rappresentanza sindacale gravemente mutilata da una normativa che taglia le unghie ai nuovi sindacati, configurandoli come isolati, sottoposti al controllo governativo e dotati di scarsi poteri.

Comunque, a prescindere dalla qualità della disciplina che il legislatore vorrà confezionare, va detto che la riforma potrà concretamente tradursi nel miglioramento degli apparati militari soltanto se i futuri sindacalisti vorranno operare davvero per il bene comune, se non interpreteranno cioè l’appartenenza sindacale in maniera utilitaristica, se eviteranno che queste nuove formazioni sociali si trasformino in strutture di potere, in “poltronifici”, in un mezzo come altri per fare carriera.

La sindacalizzazione sarà un processo fruttuoso solo se avremo la capacità di arginare le inevitabili derive corporativistiche, di favorire il dialogo con la società civile e di promuovere un virtuoso collegamento con le organizzazioni sindacali degli altri lavoratori.

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