Era emozionato, Michele Angelicchio, mentre qualche giorno fa parlavamo dei nascenti sindacati militari. Lui, maresciallo dell’Aeronautica in pensione da molti anni, la battaglia per i diritti dei militari l’ha combattuta per davvero nei radiosi anni Settanta. Mentre tutta la società era attraversata da un fervido desiderio di democrazia, l’esigenza di cambiamento si diffuse anche all’interno delle istituzioni più chiuse come le Forze armate. E proprio la volontà di superare quella “separatezza” animava il Movimento dei sottufficiali democratici dell’Aeronautica, che scesero in piazza non solo per rivendicare migliori condizioni di vita, ma anche per applicare la Costituzione nel mondo militare e per “colmare la frattura esistente tra caserma e società”, così dicevano.

Tutto ebbe inizio nei primi anni Settanta, sull’onda delle contestazioni del 1968. Le dure condizioni di vita nelle caserme avevano generato un diffuso malcontento, in un primo momento esternato sottovoce in riunioni “carbonare”, poi coraggiosamente manifestato nelle piazze. “La scintilla scoppia a Roma con il ‘caso Sotgiu’ – mi racconta Michele – un collega arrestato per il mancato saluto a un ufficiale”. Era il 26 giugno del 1975 e il sergente Giuseppe Sotgiu fu arrestato dai carabinieri durante la manifestazione pacifica di 300 sottufficiali che si erano radunati a piazza Venezia. Da quel giorno, per protesta, vennero indetti “scioperi di mensa” che raggiunsero adesioni altissime su tutto il territorio nazionale e persino a Palazzo Aeronautica, sede dello Stato Maggiore.

I sergenti e i marescialli dell’Arma Azzurra sfidarono la repressione di generali formati durante il fascismo – subirono trasferimenti, procedimenti disciplinari, procedimenti penali, ecc. – per ottenere già da allora i diritti sindacali. Ma quelle speranze vennero presto frustrate. Se il movimento ottenne l’appoggio del Psi, dei radicali e dei sindacati Cisl e Uil, non riuscì però a far breccia sul Pci e sulla Cgil.

Poi arrivò il rapimento di Aldo Moro e quindi la legge sulle “rappresentanze militari”, un surrogato di sindacato che – è giusto precisarlo – ha comunque contribuito nel tempo a una certa democratizzazione delle organizzazioni militari. “Ci accontentarono con i Cocer”, mi dice Michele con rammarico. Ora, grazie alla storica sentenza n. 120/2018 della Corte costituzionale, anche i militari hanno finalmente il diritto di costituire sindacati. Così l’audacia dei sottufficiali democratici non fu vana: si trattò di un primo importante passo. Per dirla con un vecchio proverbio cinese, “anche il cammino più lungo comincia con il primo passo”. “Sono 43 anni che aspettiamo questo momento!”, ha scritto Salvatore Rullo, altro sottufficiale dell’Aeronautica e segretario generale del Siulm (Sindacato Unitario Lavoratori Militari).

Ma a che punto siamo oggi? Ebbene mi duole dirlo ma il cammino, a gennaio del 2020, sembra tuttora in salita. A più di un anno e mezzo dalla pronuncia dei giudici costituzionali, appare ancora carente il dibattito sulla necessaria modernizzazione del mondo militare e per giunta giace, presso la Commissione Difesa della Camera dei Deputati, una proposta di legge che, se malauguratamente venisse approvata così com’è, vanificherebbe di fatto la sindacalizzazione delle Forze armate. Come nella migliore tradizione gattopardesca, cambierebbe solo il nome (delle “rappresentanze militari”) ma la sostanza resterebbe la stessa. Avremmo sindacati, costituiti su autorizzazione del ministro (sic!), privi di effettivo potere contrattuale e al guinzaglio dei vertici militari.

Questo, ovviamente, ho preferito non raccontarlo al mio amico maresciallo, nella speranza che nel frattempo cambi qualcosa.

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