Il nuovo commissario alla ricostruzione per le zone terremotate di Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo è Giovanni Legnini, ex sottosegretario all’Economia e vicepresidente del Csm. La nomina è stata firmata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte: l’incarico durerà fino alla fine del 2020, quando finirà lo stato d’emergenza (che è stato rinnovato solo per un anno dopo la prima scadenza del dicembre 2019). Legnini, abruzzese, più volte parlamentare nel Pd e candidato presidente poi sconfitto nella sua Regione per il centrosinistra, sostituisce Piero Farabollini, geologo e professore universitario a Camerino, che fu indicato dai Cinquestelle. La situazione della ricostruzione nelle 4 Regioni va a rilento, nonostante le promesse dei governi di ogni colore che si sono succeduti dal 24 agosto 2016 a oggi (Renzi, Gentiloni, Conte 1 M5s-Lega, Conte 2 M5s-Pd).

L’ultimo atto firmato da Farabollini, firmato oggi d’intesa con le Regioni, è stata una nuova ordinanza che disciplina l’autocertificazione dei professionisti e le fasce di importo relative alla tipologia di intervento a cui si applica. Con ordinanza “omnibus” si interviene sulle maggiorazioni per le murature, l’incremento del compenso per la realizzazione dei piani attuativi, l’alienazione del diritto sull’immobile, l’acquisto del terreno per le opere pubbliche ed il pagamento degli oneri di occupazione del suolo (che saranno ricompresi nel contributo), l’incremento del numero di incarichi per le relazioni specialistiche ed i nuovi scaglioni per la retribuzione delle spese tecniche ai professionisti.

È stata anche ratificata la nomina del Comitato tecnico scientifico che vede la partecipazione di componenti di elevata professionalità ed esperienza in vari settori (giuridico, urbanistico, di ingegneria sismica e di tutela e valorizzazione dei beni culturali). “Abbiamo posto nuove pietre miliari – aveva commentato Farabollini – per riportare più velocemente i cittadini terremotati nelle loro case”.

Gli ultimi mesi – non per colpa di Farabollini – sono andati parecchio a rilento. L’ultima puntata era stata la dimenticanza del governo che nel Decreto Sisma non ha messo la norma fondamentale per operare la rimozione delle macerie: i detriti possono essere trasportati, ma non depositati e quindi lavorati nei siti. Secondo i dati della Protezione civile, fino all’autunno scorso, gli sfollati erano circa 50mila. Colpa dei ritardi accumulati soprattutto nei primi anni dopo il sisma.

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