A dieci giorni dall’incidente in elicottero che ha portato alla morte di Kobe Bryant e di sua figlia Gianna, è 45.348 euro la cifra più bassa che propone il portale di compravendita StockX a chi vuole provare ad aggiudicarsi un paio di Nike “Jordan 8 Retro PE” che portano il nome della stella Nba. Sì, perché il Black Mamba non era solo la leggendaria guardia dei Los Angeles Lakers, con oltre 33mila punti segnati in vent’anni di carriera nella squadra californiana e cinque titoli. Bryant era anche un brand di successo per gli appassionati di sneakers e abbigliamento sportivo.

Firma il suo primo contratto con Adidas nel 1996, l’anno in cui comincia a giocare coi Lakers. Nel 2003 la collaborazione si interrompe – il marchio di Portland recide il contratto quando l’atleta viene accusato di stupro dall’impiegata di un albergo in Colorado – ma subentra subito Nike con una nuova proposta da 40 milioni di dollari per i primi quattro anni di lavoro insieme.

Offerte da fare invidia ad auto sportive di primo livello quelle che oggi si trovano online per le scarpe disegnate dal mito del basket a stelle e strisce, ma che hanno scatenato l’indignazione di molti amanti di Mamba Kobe. Nei giorni successivi all’incidente, l’emittente televisiva Espn ha annunciato che Nike avrebbe ritirato temporaneamente la merce “Kobe” dai punti vendita e dallo store online per non speculare sulla tragedia, mentre Forbes riportava la testimonianza di un portavoce della multinazionale di abbigliamento sportivo che dichiarava “sold out” – quindi esauriti – e non ritirati dal commercio gli articoli in questione.

Più che i negozi ufficiali, però, sono state le piattaforme di scambio di prodotti nuovi e usati a incassare gli attacchi dei fan di Bryant. E le reazioni a chi le taccia di sciacallaggio sono state diverse: l’amministratore delegato di Stadium Goods – altro marketplace online celebre, con punto vendita a New York – ha rivelato ad alcuni organi di stampa che “per il momento” non avrebbe più accettato articoli legati al nome di Bryant, in segno di rispetto verso familiari e tifosi.

StockX, dal canto suo, ha risposto annunciando che il ricavato delle vendite di articoli firmati Mamba nella settimana successiva alla sua morte sarà interamente devoluto in beneficenza alla Kobe and Vanessa Bryant Family Foundation.

Un dilemma, quello della rivendita o meno di sneakers che portano la firma della maglia 24 dei Lakers, che ha travolto anche il mercato cinese dove Bryant, secondo Forbes, nel 2013 ha permesso a Nike di vendere il doppio delle scarpe piazzate negli States: anche qui alcuni siti hanno optato per il ritiro momentaneo delle calzature dopo aver ricevuto ondate di insulti via web. Ma dopo neanche due settimane dalla morte di Bryant, le “scarpe di Kobe” sono ancora rintracciabili online sulla maggior parte dei marketplace con prezzi da capogiro.

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