“Mi lasci dire che con la linea nazionalista neanche in Emilia c’era da pensare di vincere“. A un anno dall’ultimo malore che lo ha costretto in ospedale, Umberto Bossi torna a parlare. E attacca di nuovo la metamorfosi della Lega guidata da Matteo Salvini, come già aveva fatto al congresso di dicembre. Questa volta lo fa commentando la sconfitta del centrodestra in Emilia Romagna. “Bonaccini è stato bravo ad agganciarsi per tempo al treno di Lombardia e Veneto, con il progetto del regionalismo differenziato. La Lega nazionalista invece gli ha concesso uno spazio che doveva essere il suo. Come non capire che il popolo emiliano vuole raggiungere il traguardo dell’autonomia, sul modello di Zaia e Fontana. Era la prima cosa da offrirgli. Altro che prima gli italiani, per quello basta e avanza la destra nazionalista. Ora spero sia chiaro: se trasferisci la Lega al Sud, poi diventa più difficile chiedere il voto alla Lombardia, al Veneto e all’Emilia”, dice il senatùr, in un’intervista al quotidiano la Repubblica.

A Bossi replica Salvini, secondo il quale nel Carroccio “non ci sono più padri nobili: i padri nobili della Lega sono i 9 milioni di italiani che ci danno il voto“. L’ex ministro dell’Interno parla da Palermo, una città che un tempo sarebbe stata impossibile da visitare per un leader della Lega: “Se qualcuno vuole dividere non è il momento e non è il movimento. Bossi? Rispetto le sue idee ma non cambio le mie. I numeri dicono che non siamo mai stati così forti come adesso nelle regioni del Nord e con grande orgoglio ormai siamo determinanti e presenti al Sud”. Il leader del Carroccio rivendica i risultati elettorali: “Un partito che ha il 33 per cento dei voti e l’affetto di milioni di italiani penso che risponda coi fatti. La Lega è presente in tutta Italia e ambisce a governare ovunque”, ha aggiunto.

Nell’intervista a Repubblica Bossi ha spiegato che probabilmente il nazionalismo del Carroccio apre la strada alla Meloni: “Certo, ci vuole buon senso. La gente si chiede: la Lega fa ancora gli interessi del Nord, sì o no? Basta fare due conti. Più della metà degli elettori italiani vive sopra il Po. Se perdiamo questi, è finita. La priorità è batterci per l’autonomia, e per raggiungerla l’esperienza insegna che serve mantenere anche buoni rapporti con la sinistra, più sensibile della destra a questo tema”. La Lega dovrebbe cambiare alleati? “Non dico questo. – continua il fondatore – Dico solo che per raggiungere l’autonomia bisogna avere rapporti anche con la sinistra. In Europa è la sinistra che ha concesso spazi all’autonomia. Se è avvenuto in Catalogna, perché non in Lombardia? E poi nell’Italia meridionale l’elettorato si divide per clientele, come facciamo a credere che la Lega nazionalista diventi primo partito del Sud? E’ stato un errore provarci. Le ultime elezioni ci dicono che la strategia di andare al Sud è entrata in crisi. Torniamo indietro fin che siamo in tempo. Sono convinto che l’autonomia è una meta che raggiungeremo, per questo tengo duro”.

Il senatùr ha raccontato che “al Senato mi hanno chiesto di quale partito ero membro e io gli ho risposto che sono della Lega Nord. Ma la sigla non era prevista, a insistere sarei finito nel gruppo misto. Allora ho aderito al gruppo Lega per Salvini premier, per forza di cose. Ma una tessera nazionalista mica fa per me. Ci sono tanti militanti che non approverebbero. Molti sono già andati via, attirati dal movimento Grande Nord di Roberto Bernardelli. Sbagliano prospettiva. Soffrono perché la Lega ha tolto la parola al Nord. Ma non è finito il mondo. Un recupero è possibile”.

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