“Credi di essere tu a controllare la tecnologia o che sia la tecnologia a controllare te?”: è la domanda che viene posta nel video della campagna con cui Google promuove la sua iniziativa di Benessere digitale. Appena ascoltata, la mia risposta è stata decisa: “Io ho il controllo”, ho pensato.

Certo, da quando mi sono svegliata, stamattina, ho preso in mano il mio smartphone almeno una volta ogni cinque minuti: sveglia, orario, livelli della batteria, Whatsapp, Telegram, telefonate, mail, Spotify, Netflix, radio, Twitter, Instagram, Facebook, ricerche su Google, pure Tik Tok.

Ma l’ho deciso io e farne a meno significherebbe due cose: riempire la casa di oggetti per tutti questi usi a cui ormai ho rinunciato da anni oppure smettere di lavorare e di avere una vita sociale. Caso chiuso, dunque.

Poi, però, sono andata avanti e ho deciso di affrontare il test di Google, una sfilza di domande semplici ma molto efficaci. “Tendo a perdere la cognizione del tempo quando uso il mio smartphone?” Tra “raramente”, “a volte” e “spesso” riesco solo sinceramente a rispondere “spesso”. E ancora: “Sento il bisogno di controllare il mio telefono ogni volta che vibra o emette un suono?”, risposta: spesso. “Vengo distratto dal mio telefono quando sono con gli amici e la famiglia?” “Spesso”.

“Trascorro più tempo sui social di quanto vorrei?”, decisamente. “Sto al telefono invece di andare a dormire come intendevo fare?”, sempre. “Mi sento come se stessi perdendo qualcosa di importante al lavoro se non controllo il mio telefono?”. Oh, sempre. “Se ho una domanda uso il telefono per avere una risposta immediata?”, sempre. “Mi sento sopraffatto per il numero di email non lette che ho?”, molto spesso.

A questo punto del test mi sono preoccupata perché è evidente che c’è qualcosa di malato in tutto questo. Per cinque minuti ho apprezzato i consigli di Google che suggerisce quali applicazioni utilizzare per verificare come passo il mio tempo sullo smartphone, come ridurre al minimo l’utilizzo delle app, le notifiche delle mail e dei messaggi, come programmare il riposo e la disconnessione del mio smartphone. Mi ha anche dato dei consigli su come fare delle pause o concentrarmi al lavoro e in famiglia. E alla fine ho pensato che stiamo cedendo anche il controllo del nostro controllo.

La stessa azienda che ha contribuito a creare e a spingere su questa società iperconnessa ora ci dice anche quando e come disconnetterci. Ma per il bene di chi? Il nostro, perché in effetti ci stiamo facendo prendere la mano? O il loro che, come le aziende petrolifere che cercano di pubblicizzare le soluzioni contro l’inquinamento, vogliono semplicemente ripulire la propria immagine e vendere nuovi prodotti con l’etichetta dell’eticamente accettabile (come ad esempio gli smartphone Pixel inseriti nella descrizione della campagna)?

Tendo a pensare che la risposta sia nel mezzo e che siamo di fronte allo stesso valore del “fumo nuoce gravemente alla salute” sui pacchetti di sigarette o agli avvertimenti sui “gratta e vinci”. In più, c’è solo il formato trendy e la soluzione tecnologica che – rispetto a un pezzo di carta – può offrire quell‘ambiente digitale da cui si dovrebbe prendere una pausa.

Intanto guardo l’orologio. Da quando ho iniziato a navigare per approfondire questo tema sono passate due ore. È ora di pranzo e non ho cucinato, non ho telefonato a mia madre, ho saltato l’orario per il corso in palestra e mi sono dimenticata di avviare la lavatrice.

Però ho delle nuove app sul telefono. Ora quasi quasi cerco di capire come funzionano. Così magari guarisco dalla mia dipendenza.

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