Si sa, l’elemento diabolico è quello divisivo per eccellenza. “Diavolo” deriva dal verbo greco diaballo, che vuol dire “dividere”, “separare”. Ebbene, cosa succede se l’elemento diabolico irrompe in seno alla cristianità?

È quanto sta accadendo, dal 2013, con la neutralizzazione del cristianesimo operata da Papa Bergoglio, il primo papa mondialista. Joseph Ratzinger fu l’ultima, eroica figura “catecontica”, di resistenza alle potenze nichiliste del turboglobalismo relativista. E, per questo, venne sostituito dal nuovo pontefice, celebrato non per caso dal Time come personaggio dell’anno del 2013. Con la neutralizzazione del cristianesimo (la sua fusione cioè con il mundus) prodotta da Bergoglio, si è generato un vero e proprio scisma all’interno del mondo cattolico. Trionfo del diaballein, appunto.

Da un lato, v’è una parte della cristianità romana che ha continuato a identificarsi con il nuovo corso mondialista della Chiesa, vuoi perché ha preso realmente a riconoscersi in esso, vuoi per inerziale fede nell’istituzione.

Da un altro lato, v’è una parte del mondo cattolico che è rimasto fedele a Ratzinger e, più precisamente, al messaggio “forte” di un cattolicesimo che, in nome della trascendenza, di Cristo e del sacro resiste al nuovo ordine mondiale e alle sue principali determinazioni materiali e immateriali.

Pur senza nuove cattività avignonesi, lo scisma papale apertosi in seno alla Chiesa, ora sdoppiata nell’ala bergogliana e in quella ratzingeriana – nonostante tutti i tentativi dell’istituzione di negare e di minimizzare tale scissione –, riproduce in seno al regno cattolico la frattura tra la opennes cosmopolitica del mondo riconfigurato come mercato concorrenziale (ciò che, per semplicità, chiamaremo globalismo mercatista) e l’esigenza di uno spazio reale e simbolico sottratto al perpetuum mobile dell’onnimercificazione e, invece, aperto al controllo democratico delle comunità umane, al radicamento materiale e immateriale, al sacro e al trascendente (ciò che, ancora per ragioni di semplificazione, appelleremo sovranismo populista).

Lo scontro – ora silente, ora aperto – è ora emerso realmente nella sua portata. Ed è emerso in merito al tema del celibato e dell’apertura di papa Bergoglio ai preti sposati. La questione, apparentemente secondaria, è stata con chirurgica precisione identificata da Ratzinger per quello che realiter è, ossia per l’ennesima decostruzione del fortilizio della Chiesa; decostruzione volta a scioglierla, con lenta e solerte continuità, nell’immanentismo laicista della civiltà dei consumi.

Con le efficaci parole di Antonio Socci (cfr. Il dio Mercato, la Chiesa e l’Anticristo), “dal 2013, dopo l’uscita di scena di Benedetto XVI, anche la Chiesa si è arresa”. Si è piegata al nichilismo della civiltà a forma di merce, che fino a quel momento, con il pontificato di Ratzinger, aveva gloriosamente provato a contrastare.

In effetti – e in ciò potrebbe compendiarsi il senso complessivo del suo pontificato e del suo fallimento –, Ratzinger si era assunto consapevolmente l’arduo compito di affrontare il nichilismo relativistico muovendo dal concetto, e dunque sul piano teologico e teoretico. Così egli si espresse nella Missa pro eligendo romano pontefice, l’omelia del 18 aprile del 2005: “si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.

Rispetto a tale dittatura, Bergoglio non ha nulla da dire. Egli ha, anzi, in più occasioni ribadito di provare disagio ad ammettere “valori non negoziabili”. Da dire ha, invece, come sappiamo su porti aperti e sovranismo, ecologismo e diritto internazionale. E il suo discorso è sempre sovrapponibile rispetto a quello del verbo unico globalista dei padroni della terra.

In sintesi, se Ratzinger resiste fermamente al globalismo nichilista, Bergoglio, per parte sua, finisce per lo più per opporsi a tutto ciò che al globalismo nichilista possa opporsi. Il Vangelo di Cristo contro il vangelo di Soros.

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