Il convegno su “Le nuove forme di antisemitismo”, voluto da Salvini per la sua campagna elettorale permanente, è stato rilevante soprattutto per le assenze.

Non è venuta Liliana Segre. Il suo messaggio è chiarissimo: non si può separare la condanna dell’antisemitismo dalla lotta senza ambiguità contro ogni forma di razzismo e intolleranza. Non ci si può proclamare oppositori dell’antisemitismo e diffondere sistematicamente la cultura dell’odio contro l’ “altro”. In tempi lontani questa era stato il messaggio di un’altra grande esponente dell’ebraismo italiano, Tullia Zevi, secondo la quale non si poteva selezionare tra i genocidi, perché è imperativo l’obbligo morale di fare memoria di tutte le vittime.

Il 30 ottobre 2019, quando i partiti di centro-destra si rifiutano di alzarsi in piedi in Senato di fronte alla senatrice Segre, resterà indelebile giorno della vergogna per Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi. Perché quel gesto – e a nulla vale il precipitoso pellegrinaggio successivo di Salvini dalla Segre – ha avuto un valore simbolico preciso, legittimando nelle masse chi è “contro gli ebrei”, chi nega o svaluta la Shoah, chi nell’odierna temperie politica grossolanamente revisionista ritiene di non doversi vergognare del suo piccolo antisemitismo quotidiano.

Sono stati assenti anche Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, e Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica di Roma. Entrambe hanno voluto rimarcare un fatto politico. Non ci si può presentare come amici di Israele all’estero se in patria si incoraggiano le forze neofasciste. Il flirt di CasaPound con la Lega è alla luce del sole, i fascisti dal vessillo della “tartaruga nera” hanno partecipato orgogliosi alla grande manifestazione salviniana di piazza San Giovanni, a Roma la Lega ha votato contro lo sfratto di CasaPound che occupa sfrontatamente un edificio pubblico, in tutta Italia i neofascisti di Forza Nuova alzano la testa incoraggiati dall’aperto disprezzo di Salvini per i valori dell’antifascismo.

Chi manifesta ostentata noncuranza per il 25 aprile, chi come Salvini gioisce ad affacciarsi comiziando dal balcone del palazzo comunale di Forlì, in quella piazza dove furono impiccati quattro partigiani, intende cancellare volutamente il retaggio ideale trasmesso dalla seconda guerra: il legame tra lotta contro il nazifascismo, lotta per la democrazia e liberazione del lager di Auschwitz, di tutti i lager dove regnava le legge della disumanità.

Non è un fenomeno solo italiano. Negli Stati Uniti Trump sostiene che c’è “brava gente” tra i suprematisti bianchi e in Ungheria il premier Orban stringe calorosamente la mano al premier Netanyahu mentre parallelamente aizza le folle contro l’ “ebreo” Soros, accusato di voler inquinare con il suo cosmopolitismo l’identità magiara. E’ il patto scellerato che molti nuovi nazionalisti vogliono stringere oggi con la destra nazionalista e fondamentalista israeliana: lasciami essere un po’ antisemita e neofascista in casa mia e io ti appoggerò nel tuo espansionismo sulla scena internazionale.

I vertici dell’ebraismo italiano si sono giustamente distanziati da questa manovra. L’esponente della linea Netanyahu presente al convegno, l’ambasciatore Dore Gold presidente del Jerusalem Center for public affairs, ha fatto invece finta di non vedere e non sapere: “Quando qualcuno tende la mano al popolo ebraico, sta a noi tendere la nostra”, ha dichiarato. Non a caso Salvini pochi giorni dopo, in un’intervista ad un giornale israeliano, ha promesso che seguirà Trump nel riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

E questo porta al terzo punto, che scaturisce dall’orizzonte politico del convegno leghista. Per quanto riguarda Israele, è necessario più che mai un atteggiamento lucido e onesto. L’Europa ha un debito con il popolo ebraico: garantire la sua sicurezza nei confini dello stato riconosciuto alle Nazioni Unite. Ma la Shoah e il contrasto all’antisemitismo non c’entrano con la politica espansionista dei partiti nazionalisti e fondamentalisti israeliani, che stanno togliendo anno dopo anno terre ai palestinesi.

Il diritto internazionale può solo basarsi su criteri laici. Non può esistere un “Dio lo vuole, Dio me lo ha promesso!”. Un linguaggio del genere va lasciato ai fanatici. Teologicamente e filosoficamente sarebbe persino ridicolo che il Dio di Abramo, lo stesso di ebrei, cristiani e musulmani, sussurrasse all’orecchio di ciascuno dei suoi figli promesse differenti. Perciò l’Unione europea ha ribadito ancora recentemente che Israele è Israele, ma le colonie illegali in territorio palestinese, le alture del Golan e Gerusalemme non appartengono a Israele (e meno che mai la prossima preda che Netanyahu ha in mente: la Valle del Giordano). E’ la stessa posizione della Santa Sede da Paolo VI a Giovanni Paolo II, da Benedetto XVI a Francesco.

Per questo motivo anche la questione di Gerusalemme va affrontata e risolta con equità. E’ evidente che il popolo ebraico per motivi religiosi, culturali e di memoria nazionale desideri avere la propria capitale “a” Gerusalemme. Ma è altrettanto necessario riconoscere equanimemente che Gerusalemme non “appartiene” soltanto all’ebraismo. Gli arabi, che sono stati nella città per tre volte tanto quanto vi fu un regno ebraico, hanno eguale diritto.

L’Italia ha mostrato come certi nodi possano essere affrontati con saggezza. Roma è capitale degli italiani e questo non è minimamente limitato dal fatto che una piccola parte della città sia anche capitale di un altro Stato: il Vaticano. La via per la pace in Terrasanta è questa. Il convegno di Salvini sarà stato utile se aiuterà a separare una volta per tutte i fanatici incuranti dei diritti altrui e i patrioti (laici) che, come diceva papa Wojtyla, “amano la propria patria e rispettano quella degli altri”. In questo senso la diaspora ebraica potrà fare molto sulla scena internazionale per separare il grano dalla zizzania.

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