Provate ad immaginare – è difficile, forse impossibile, lo capisco – di avere un figlio disabile che tutti i giorni frequenta un centro specializzato.

Provate a pensare che questa è, nella vita di una famiglia che ha scoperto la disabilità come un tremendo terremoto che distrugge tutta la propria vita, una condizione quotidiana e in qualche modo rassicurante. Un figlio disabile, che la scuola ha respinto o accolto con fatica, frequenta una struttura dove può scoprire un tempo più sereno. Tutti i giorni fino al suo ritorno a casa, circondato dagli affetti familiari e dalle coccole dei genitori.

A questo punto sforziamoci di pensare che una mattina, una disgraziatissima giornata, nell’andare a prendere il proprio figlio ti venga mostrato un foglietto nel quale ti comunicano che, “purtroppo”, il centro non potrà più accogliere tuo figlio. Nelle 12 righe di questo orribile comunicato si legge anche che “purtroppo essendo noi (il centro convenzionato con il sistema sanitario regionale) solo esecutori di un decreto regionale non possiamo sapere quale sarà la sorte dei nostri ospiti”. Nero su bianco: “purtroppo, esecutori, sorte”.

Alla fine del comunicato l’invito “ad informarsi celermente presso le Asl per capire la destinazione di ogni disabile”. Poche righe sufficienti a destabilizzare la vita di oltre 50 famiglie di ragazzi disabili. Un algido comunicato che liquida affetti, lacrime, risate, cure e attenzioni che solo un disabile e chi trascorre il tempo con lui conoscono. Che ne sarà di mio figlio? Qualcuno mi può dire perché?

Il centro sembra lavarsene le mani con pilatesca abilità e l’Asl appare come il totem al quale doversi rivolgere per ottenere risposte. Quali risposte? A nessuno può sfuggire quanto sia conveniente ai titolari delle convenzioni sanitarie riconvertire le strutture in residenziali. A noi resta una semplice domanda: che ne sarà di mio figlio? Chi si occuperà di lui?

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