Un rischio enorme, una scelta avventata, sconsiderata se si analizzano dinamica e tempistiche. Con il raid americano che ha ucciso il generale Soleimani, emanazione militare del conservatorismo della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, nonché uno degli uomini più potenti della Repubblica Islamica, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, potrebbe anche giocarsi la rielezione alle prossime Presidenziali di novembre 2020.

Questo perché è stato lui, in prima persona, forse sfruttando informazioni d’intelligence, a ordinare l’operazione. Nessun piano d’evacuazione preventivo e nessuna informazione trasmessa al Congresso, secondo le informazioni circolate dopo il raid. Adesso, però, si ritrova a gestire una situazione in cui i suoi militari, il personale diplomatico e tutti gli altri cittadini Usa in Iraq rappresentano un possibile bersaglio delle ritorsioni già promesse da Teheran e dai numerosi suoi alleati nell’area mediorientale: dalle Guardie della Rivoluzione presenti nel Paese dall’inizio della lotta contro lo Stato Islamico, alle varie milizie sciite pro-Iran irachene e gli uomini di Muqtada al-Sadr, fino agli Hezbollah libanesi che, tramite il loro leader, Hassan Nasrallah, hanno già fatto sapere di voler infliggere una “giusta punizione” a Usa e Israele.

L’ambasciata americana, una delle più grandi del mondo, ha ordinato ai cittadini Usa di “lasciare immediatamente il Paese, via aerea o, se impossibilitati, via terra”, così come fatto anche da alcune aziende petrolifere, ma la situazione rimane complicata. Perché non dobbiamo dimenticarci che stiamo parlando di un Paese, l’Iraq, guidato da un governo legato a Teheran, che ha subito condannato l’azione di Washington e in cui proliferano formazioni anti-americane alleate dell’Iran. C’è da immaginarsi che, prima della completa evacuazione, alcune di queste tenteranno di colpire obiettivi sensibili Usa.

Se ci fosse una vittima Usa, civile o militare, l’azione del presidente potrebbe avere un effetto boomerang sui consensi. La sua è stata una scelta dettata dall’escalation di tensione delle ultime settimane, con botta e risposta anche armati tra le due potenze e con un contesto interno che lo vede sotto pressione a causa dell’impeachment. Le immagini dell’ambasciata Usa presa d’assalto dai manifestanti sciiti pro-Iran avranno risvegliato nel tycoon il timore di una nuova Crisi degli ostaggi, come fu a Teheran nel 1980, e lo avrà convinto ad agire, magari cercando un altro colpo a effetto in vista delle prossime elezioni, dopo l’uccisione dell’autoproclamato Califfo dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi.

Brava e compatta deve essere l’Europa a non farsi tirare per la giacchetta da Washington, mantenendosi fuori dalle ostilità e da eventuali nuove escalation militari. Perché più che le alleanze, oggi sono in gioco la sicurezza di militari e diplomatici in Medio Oriente, oltre ai cittadini che potrebbero essere vittima di attentati in Europa.

Twitter: @GianniRosini

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