“Il cottimo uccide, non si può rischiare di morire per portare una pizza”. È il grido di protesta dei rider che sabato sera hanno marciato con i loro zaini e le loro biciclette nel centro di Torino. Da dieci giorni il loro compagno di lavoro Zohaib lotta tra la vita e la morte su un letto di ospedale dopo essere stato investito da un automobilista mentre consegnava cibo per Glovo. “La responsabilità di quello che è accaduto è dell’azienda per cui Zohaib lavorava – denunciano i rider – il cottimo ci obbliga a correre: più ordini riusciamo a fare, più abbiamo un punteggio alto e più ci vengono assegnate ore e più dobbiamo aumentare i ritmi”. Un circolo vizioso che mette a rischio l’incolumità dei lavoratori: “Più consegne facciamo e più guadagniamo e questo ci spinge a correre sempre più rischi” racconta un altro rider mentre il corteo si snoda tra le vie del centro. La prima tappa è davanti al Palazzo Comunale presidiato da un ingente schieramento di forze dell’ordine. Ai rider non è andato giù il silenzio della sindaca Chiara Appendino sulla vicenda: “Non ha trovato nemmeno il tempo di esprimere solidarietà al lavoratore infortunato”. In testa al corteo ci sono i membri della comunità pachistana torinese che attaccano: “Glovo è un’azienda che fattura sette miliardi ogni anno e non ha neanche trovato il tempo di fare una chiamata. Non siamo qui solo per il nostro Zohaib ma per tutti i lavoratori di Glovo. Le aziende devono pagare”. Ma sul banco degli imputati c’è anche il governo e in particolare l’ex ministro del lavoro Luigi Di Maio “incapace di mantenere i proclami fatti all’inizio della scorsa legislatura”. Il “decreto rider”, comunque, non viene ritenuto “sufficiente”. Secondo i fattorini infatti, il decreto “non abolisce il pagamento a cottimo” e tra l’entrata in vigore e un effettivo accordo con le aziende, passerà “almeno un anno”. Stesso discorso per quanto riguarda l’obbligo di assicurazioni Inail, che di sicuro “non potrà essere applicato nel caso di Zohaib”. “E poi queste iniziative ‘d’urgenza’ non fanno altro che alimentare una campagna elettorale perenne sulla nostra pelle”, concludono i rider.

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