La voce dolce che scandisce parole durissime con l’inconfondibile accento dell’astigiano, mai perduto nonostante la lunga permanenza a Roma; i rapidi gesti con le mani annodate dall’artrite, contorte come rami d’ulivo: la ricordo così Marisa Ombra, partigiana, femminista, scrittrice, giornalista, autrice di uno dei libri che non dovrebbero mancare mai nella biblioteca di casa, in particolare quella dove abita una giovane donna.

E’ molto probabile che alla generazione Millennials il suo nome non dica molto, eppure è proprio destinato a loro il libro forse più significativo dell’ultima parte della sua lunga e generosa vita: Libere sempre. Me ne parlò diffusamente quando la incontrai, proprio per la presentazione di quel testo, alla festa dell’Anpi a Varese nel 2012, e sono felice che quel colloquio così intenso oggi possa essere ascoltato al podcast di Radio delle donne.

Se chiudo gli occhi, riascoltandola, la vedo nitidamente: vibrava di indignazione mentre ripercorreva gli anni delle ‘cene eleganti’ alla corte di Berlusconi, domandandosi come si fosse arrivati a questo, lei che aveva vissuto e partecipato alla Resistenza alla stessa età di molte delle ragazze che hanno popolato la triste cronaca degli anni ’80 alla corte del sultano.

La lunga lettera scritta da Marisa Ombra ad una ragazza, questa la forma scelta per il testo, è – sette anni prima della sua morte – la preziosa eredità di questa grande testimone del secolo scorso.
Fondatrice dell’Unione donne italiane, vice presidente nazionale dell’Anpi, insignita dell’onorificenza di Grande Ufficiale della Repubblica, Marisa era figlia del comandante partigiano Celestino Ombra, del quale fece un commosso ricordo nel 2013 a Milano, durante un memorabile incontro curato dall’Anpi, nel quale sedeva accanto all’altra grande partigiana italiana, Lidia Menapace, che aprì quell’incontro connettendo resistenza, antifascismo e femminismo, come solo lei sa fare.

“Quello che mi spaventa – raccontò Marisa Ombra a Genova alla presentazione del suo libro La bella politica (con la prefazione della storica femminista Anna Bravo, che se n’è andata anche lei pochi giorni fa) è lo stravolgimento dell’affermazione femminista ‘io sono mia’: quando oggi una giovane dice ‘io sono mia’ e immagina che questo corrisponda a fare di sé ciò che vuole mi domando: per andare dove? Alcune sono attratte purtroppo dal modello proposto dalla tv, un modello assurdo se il massimo è arrivare a fare la velina e la comparsa in una trasmissione di scarso interesse. Io sono mia è stata una idea forte che ha svegliato le giovani degli anni 70, mentre oggi porta le giovani a interpretare la libertà come possibilità di essere giocattoli nelle mani di uomini che le usano per il proprio potere”.

La bella politica e la libertà prima di tutto, connessa inestricabilmente con la responsabilità, individuale e collettiva, sono stati i due concetti che hanno accompagnato il lungo lavoro di Marisa Ombra. Ci mancherà tanto: ricordiamola, rileggiamo e riascoltiamola insieme alle persone giovani che non la conoscono.

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