La direttiva dell’Unione Europea che protegge i “Whistleblower“, i dipendenti che svelano malaffare e corruzione all’interno delle loro aziende, è ufficialmente entrata in vigore dopo il via libera definitivo del consiglio Ue lo scorso ottobre e dell’Europarlamento ad aprile. Scattano ora i due anni entro i quali gli Stati membri dovranno recepire la normativa nel diritto nazionale. Non si perde tempo: “Chiedo agli Stati membri di adottare le nuove regole al più presto”, scrive in una nota la commissaria responsabile per la trasparenza Vera Jourova. Per l’Unione Europea “gli informatori sono persone coraggiose che vogliono portare alla luce attività illegali, spesso mettendo a rischio le loro carriere, per proteggere l’interesse pubblico da condotte sbagliate”. Nel dettaglio: la legge impone alle aziende con almeno 50 dipendenti o a Comuni con più di 10mila abitanti la creazione di canali sicuri per la segnalazione degli illeciti, sia nel privato che nel pubblico. La nuova direttiva, inoltre, garantisce protezione agli informatori contro le ritorsioni, quali la sospensione, la retrocessione e l’intimidazione, e obbliga le autorità nazionali a informare adeguatamente i cittadini e a impartire ai funzionari pubblici una formazione su come trattare le segnalazioni.

“È fondamentale che la direttiva – tiene a precisare Federico Anghelé direttore di The Good Lobby in Italia venga approvata al più presto per i suoi contenuti innovativi: innanzitutto essa sancisce la tutela non solo dei dipendenti, ma anche di fornitori, collaboratori, volontari e chiunque entri in contatto con le attività lavorative”. E aggiunge: “A differenza della legge italiana, varrà anche per il settore privato”. L’Italia, infatti, sulla legge sul Whistleblowing si era espressa in Parlamento già nel 2016 strappando alla Camera il primo sì alla proposta di legge presentata dal Movimento 5 Stelle. Fino all’ok definitivo il 15 novembre 2017 e la promulgazione da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 30 novembre dello stesso anno: “Il provvedimento – aveva spiegato Mattarella – persegue lo scopo di tutelare l’attività di segnalazione di condotte illecite attraverso la garanzia dell’anonimato, la protezione nei confronti di misure discriminatorie o ritorsive incidenti nell’ambito del rapporto di lavoro, nonché mediante la previsione di una giusta causa per quanto concerne la rivelazione di notizie coperte da determinati obblighi di segreto“.

In Italia il primo a sollevare il problema sulla tutela degli “informatori” è stato Andrea Franzoso, il dirigente di Ferrovie Nord che nel 2015 denunciò le spese pazze del suo presidente Norberto Achille e che per questo pagò un prezzo alto in azienda. Una vicenda che ha raccontato nel suo libro “Il Disobbediente” (edizioni Paper First). La sua però è stata una storia a lieto fine: prima l’approvazione della legge sul Whistleblowing proprio sulla base della sua esperienza e poi la nomina nel consigliere di amministrazione di Trenord. “Quando denunciai lo scandalo – aveva raccontato Franzoso – inizialmente speravo che passasse la piena mediatica e che potessi tornare alla mia vita normale. Ma poi ho capito, tramite tanti messaggi e chi mi ha supportato, che la mia storia andava raccontata. Quando ho dovuto decidere se salvare la mia coscienza o la mia carriera, dubbi non ne ho avuti”.

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