Valeria, la bella e imprevedibile Valeria, mi lasciò dopo 10 anni di relazione, 5 dei quali di convivenza. Ricordo la sera stessa che se ne andò: aprire i cassetti e non trovare più le sue mutandine, simbolo di un addio col pizzo. Non fu facile, Valeria era di Firenze, come mamma, e le assomigliava, ogni notte mi coricavo col mio complesso di Edipo, ed ero felice, senza bisogno di uno psicologo.

Comprai un monolocale, basta, la decisione era di vivere da solo per sempre. Fuori dalla porta attaccai una targa con scritto: Casa di produzione Chisciotte. Avevo abolito pure il mio cognome. Valeria mi ha lasciato? Bene, vivrò da solo e sarò felice lo stesso. Questa casa sarà il mio laboratorio, una fucina di solitudine gloriosa e creativa. Questo pensavo e volevo.

Iniziai a gettare in rete video monologhi, avevo bisogno di sfogarmi, di raccontare la mia vita a ignoti, senza reticenze. Subivo il rimprovero affettuoso dei miei amici. “Riccardo, stai diventando un orso, così non incontrerai mai un’altra donna, stai sempre chiuso in casa a fare video”. Cinque anni di video monologhi, 5 anni di rifiuto di una relazione, nessuna assomigliava alla mia Valeria, nessuna a mia mamma! Per il tormento sessuale che ogni tanto mi attanagliava, avevo deciso di frequentare solo prostitute. Mi dicevo: “Le puttane sono le uniche donne che quando fingono sono vere”. E a me andava bene così.

Avevo trovato Eva, la mia puttana Eva. E una volta al mese lei mi accoglieva in tuta da ginnastica, dandomi il brivido di una relazione pura e smaccatamente sincera, senza inganni. Cinque anni sono tanti. Un giorno, mentre mi masturbavo narcisisticamente davanti allo specchio, decisi di abbandonare il complesso di Edipo e di tornare ad aprirmi al mondo femminile. Non tutte devono assomigliare a tua mamma, Riccardo! Volevo rimettermi in gioco, così accettai di incontrarmi con la cliente di un mio amico gigolò al quale avevo fatto un film, lei aveva visto il film, si era incuriosita al regista e mi aveva contattato. Perché no? Lei venne a Milano e subito nell’ascensore le morsi il collo. Ormai mi ero riaperto all’avventura, l’elaborazione del lutto di Valeria era finita, avevo anche superato il complesso di Edipo.

In quegli stessi giorni mi scrisse Ethel, aveva visto i miei video monologhi, e mi scrisse che voleva conoscermi perché le piaceva questo di me: “Sei un uomo che esprime non solo quello che pensa, ma anche quello che prova”. Sue testuali parole. Venne a Milano, ci stringemmo la mano: “Piacere, Ethel”, “Piacere, Riccardo”. Siamo assieme da circa quattro anni, Ethel non assomiglia a mia mamma, e mi sono innamorato di lei quando mi disse: “Promettimi che non lavorerai mai…”. Ethel, promesso, mi sento di assicurarti che non verrò mai meno a questa promessa. Mai. Non sono un marinaio. Soffro il mal di mare e il mal di lavoro. Dedicherò ogni attimo della mia giornata a te, sarai il centro di ogni mio pensiero.

Vi lascio con il video che feci poco dopo l’addio di Valeria, ero ancora nella vecchia casa, mi sentivo solo e vomitavo in rete questa mia solitudine, ed è tutta questa solitudine, filtrata dall’ironia, che alla fine mi ha portato a conoscere Ethel, stando chiuso in casa, con gli amici che continuavano a ripetermi: “Che cosa fai chiuso in casa? Pensi che le donne vengano a bussarti alla porta?”. Bussarono, e proprio alla porta. Dio, quanto è bella la Rete!

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