Le sardine finiranno in scatola? Speriamo di no. A noi piacciono le sardine libere. Il potere corrompe, come si sa. Per ora il potere di questo movimento (a metà strada tra una agenzia pubblicitaria fatta di creativi e una spontanea reazione linguistico-popolare) è quello di riunire in piazza tantissime persone all’insegna dell’antifascismo, antipopulismo e antirazzismo contro la retorica sovranista, contro la paura del diverso, per una politica dell’accoglienza e dei diritti universali dell’uomo.

È prima di tutto una reazione linguistica: le sardine non si sentono rappresentate dalle parole che guizzano nel mare della politica, non si fanno irretire dai finti discorsi. Cercano e propongono una palingenesi collettiva del linguaggio, parole vere e semplici in grado di propagarsi nella rete e di fare corpo, di diventare carne; una sorta di incarnazione di un nuovo vangelo democratico, la buona novella alla portata di tutti, di tutti gli spiriti liberi. La parola diventa corpo, corpi, tanti corpi che si stringono per non morire nel gelo dell’indifferenza.

Corpi che sono anticorpi al dilagante sovranismo, rappresentato da filosofetti che sembrano usciti dall’ovetto Kinder, onnipresenti negli studi televisivi, con la manina alzata come a scuola, la sindrome dei primi della classe sul volto. Filosofetti che inneggiano a Vladimir Putin, pronti a sputare sulla tomba di giornaliste libere come Anna Politkovskaja, pronti a fondare partitelli che mischiano Antonio Gramsci con Mobutu o Ben Ali o Putin, per l’appunto.

Non solo filosofetti, ma anche populisti della sagra della salsiccia alla Salvini, che parlano alla pancia, alla digestione e all’evacuazione finale di ogni etica, in assenza di un linguaggio che abbia il coraggio di sillabare l’umano e l’inumano. Bisogna unire tutte le nostre forze contro il pericolo sovranista: casalinghe di Voghera ribelli, pensionati con la prostata ardente, poeti senza arte né parte: tutti, proprio tutti, anche voi radical chic. Radical chic di tutto il mondo unitevi! Non solo attorno a una coppetta di champagne; scendete in piazza, barattate il caviale per una sardina: ne vale la pena!

Non so quale futuro possa avere questo movimento e forse nemmeno mi interessa. Prendo atto con piacere che i giovani non pensano solo al culo di Belen (a quello ci penso io che ho 50 anni) o a che smalto mettersi sulle unghie: i giovani fremono, creano una relazione vitale con il mondo, non ci stanno a farsi etichettare, a farsi risucchiare dal niente di una politica nientificante.

Si prodigano, si stringono come sardine per restare umani, fiduciosi, liberi, splendidi splendenti di sorrisi e abbracci fino a quando… fino a quando non troveranno moglie/marito, mutuo e prole e finiranno nel tritacarne del conformismo in scatola? No. Non perdiamo la speranza. Portiamoci l’oceano in tasca, un oceano da passeggio. Dichiariamo guerra a tutta la plastica, a tutto ciò che inquina la nostra capacità di percepire la vita nella sua purezza, senza le scorie della paura, aprendoci all’altro con un semplice saluto: la vertigine di un ciao.

E viene il sospetto, l’amato sospetto, che in fondo le sardine siano una reazione collettiva al nemico numero uno della società: non la solitudine, ma l’isolamento, l’abbandono, il cono d’ombra dove languiscono speranze, sogni, progetti, e che basti un clic e poi un salto fuori dalla rete per essere liberi.

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