Quasi quattro anni di depistaggi, silenzi e bugie dal regime egiziano di Al Sisi sul caso Regeni non bastano a fermare le collaborazioni tra Roma e il Cairo. Rapporti che proseguono, Nel segno della realpolitik, non soltanto sul campo economico e in quello diplomatico (dopo il ritorno dell’ambasciatore italiano,), a quasi quattro anni dall’omicidio del giovane ricercatore italiano. E al di là dell’iscrizione di cinque ufficiali dei servizi segreti e della polizia investigativa del Cairo tra gli indagati da parte della procura di Roma, quasi un anno fa.
Certo, non sono mancate le polemiche per la presenza a Roma dei vertici della polizia egiziana per un workshop di formazione, a due anni dall’accordo sulla gestione dei flussi migratori (insieme ai colleghi di 22 diversi Paese africani, ndr) legato al “progetto Itepa“, con ospite d’onore Ahmed Ebrahim, assistente del ministro dell’Interno e presidente dell’Accademia di polizia del Cairo. Nel giorno della conferenza conclusiva, è stato il capo della polizia italiana Franco Gabrielli a rispondere alle critiche: “La questione Regeni? Non ci nascondiamo dietro a un dito, il caso, gravissimo, è stato sottolineato, abbiamo verificato se la delegazione potesse avere coinvolgimenti o contatti. E la verità resta un’esigenza per il Paese“, ha rivendicato. Di fronte ai mancati passi avanti nelle indagini e alla mancata collaborazione delle autorità egiziane, Gabrielli precisa: “Novità dai vertici egiziani? C’è un’indagine in corso, va avanti, non appartiene alle mie competenze interloquire su questo. Però questo non era un bilaterale Italia-Egitto, ma un progetto finanziato dall’Europa su un tema importante come quello della gestione dei flussi. E la presenza dell’Accademia egiziana è dovuta alla sua tradizione di formazione”. Ovvero, quella stessa Accademia che, in un contesto in Egitto di violazioni sistematiche dei diritti umani, non è certo nuova, secondo le accuse delle maggiori organizzazioni internazionali, all’utilizzo di pratiche come detenzioni arbitrarie, torture e sparizioni. Questioni poste anche con un’interrogazione parlamentare dal deputato di LeU Erasmo Palazzotto, che ha chiesto se non sia il caso di rimettere in discussione il progetto Itepa, che ha portato dopo due anni alla formazione di 360 ufficiali di frontiera.
Gabrielli però insiste: “Nel progetto tra i nostri partner ci sono anche le Nazioni Uniti attraverso l’Unchr, l’Oim, sono per noi garanzia del rispetto dei diritti umani”. E, di fronte alle violazioni ricordate, ammette: “Quello che dite è vero, ma la risposta non è un Aventino che pulisce le coscienze. Va esportata la nostra cultura giuridica, bisogna sporcarsi le mani”. E ancora: “Passi avanti dopo la formazione? Queste cose servono, ma di certo chi è stato formato non è un elemento di contaminazione decisiva, sarei folle a rivendicarlo. Ma le grandi cose si costruiscono a poco a poco”. Tradotto, per Gabrielli la cooperazione è necessaria, a meno che, rivendica, “non ci venga detto, ma senza l’ipocrisia che ogni tanto alberga nel nostro Paese, che bisogna fermare i rapporti tra i due Paesi. In quel caso ci comporteremmo di conseguenza, ma non vedo intenzioni di questo tipo”. Quindi, per Gabrielli, le questioni non vanno sovrapposte. Tanto da rivendicare: “Non si deve minimamente pensare che la ragione di Stato o la necessità di collaborazione su alcuni temi possa offuscare la nostra volontà di chiedere il massimo della verità sul caso Regeni”. Verità che oggi però manca ancora, al di là delle parole e delle promesse della politica e delle istituzioni.

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