Questa storia racconta di come una fornitura di servizi sanitari del valore di circa 60 milioni di euro finisca per costarne quasi il doppio, alle stesse condizioni e senza che nessuno batta ciglio. Almeno all’apparenza.

Nel maggio di tre anni fa la Regione Piemonte decide di assegnare a Scr, la società pubblica creata per centralizzare e razionalizzare gli acquisti, l’incarico di occuparsi dei bandi e delle procedure per la fornitura di servizi sanitari, dalla siringa alla Tac, alla aziende sanitarie e ospedaliere. Evidente l’intento di centralizzare gli acquisti per aumentare la concorrenza e ottenere migliori condizioni, mettendo al contempo tutti i fornitori sullo stesso piano. Fra gli oggetti dei bandi anche i “servizi integrati per la gestione delle apparecchiature elettromedicali”. Per meglio “pesare” le esigenze delle Asl piemontesi, la stessa Regione nell’agosto dello stesso anno nomina un gruppo di lavoro – formato in larga parte da funzionari e dirigenti della aziende sanitarie e ospedaliere regionali – perché funga da supporto tecnico alla predisposizione di una gara per l’acquisto di diversi servizi, prevalentemente noleggio di apparecchiature di media complessità e dei relativi strumenti per il funzionamento e la manutenzione.

Dunque si parte, finalmente i bisogni della sanità regionale saranno trasformati in una serie di elenchi e specifiche che, messi a gara, consentiranno alla Regione cospicui risparmi e razionalizzazioni. Ma nel nostro paese c’è sempre una scappatoia, così che ogni Asl o Aso può comportarsi non già come una parte del sistema sanitario regionale, ma come un principato del tutto scollegato dal resto. La scappatoia è fornita dal Codice degli Appalti (all’art. 183, comma 15) che prevede la possibilità da parte di operatori privati di presentare proposte di Parternariato Pubblico Privato (PPP), che diventeranno gare e contratti predisposti dal committente insieme al privato proponente.

Mentre il gruppo di lavoro regionale comincia la sua attività per scrivere i capitolati dei bandi “normali”, una società privata, la Higea SpA – poi confluita in Althea Italia, società controllata dal Fondo Permira, anglosassone – si fa avanti in qualità di capofila di un raggruppamento temporaneo di imprese che operano nel campo delle forniture in sanità. Incontra i vertici delle Aziende sanitarie di Novara, Alessandria e Collegno (To), rispettivamente l’1, il 4 luglio e il 3 ottobre del 2016. A loro formula una proposta di Parternariato Pubblico Privato incentrate sulla concessione, per 10 anni, della manutenzione delle apparecchiature elettromedicali in esercizio, della sostituzione di quelle obsolete, della realizzazione di piccole quote di opere edili, della gestione dei servizi di Risonanza magnetiche (Rm) e di Tomografia Assiale Computerizzata (Tac).

Mentre la Società Regionale di Committenza vara i bandi e valuta le offerte, a Novara vanno avanti tranquilli e partono per primi: redigono il loro capitolato, quello negoziato con Higea SpA proponente, espletano la gara, importo totale euro 112.762.420,00 – a cui partecipa solo Higea – e le aggiudicano il servizio per 10 anni.

Di ciò che sta accadendo si accorge Giampaolo Andrissi, consigliere regionale del M5S (non più ricandidato nel 2019) che presenta nel gennaio 2018 corposa e documentata interrogazione all’allora assessore alla Sanità, Antonino Saitta. “Lo strumento del Partenariato Pubblico Privato non è lo strumento idoneo per la realizzazione delle forniture e l’esternalizzazione dei servizi (…) per assenza del criterio del rischio e dell’economicità per l’amministrazione – scrive Andrissi – l’accettazione incondizionata del progetto di un singolo proponente, senza alcuna comparazione e valutazione di opportunità, rischia di porsi in contrasto con una gestione trasparente e efficiente delle risorse pubbliche (…). Le modalità organizzative adottate comportano per l’amministrazione un significativo incremento dei costi dei beni acquisiti, rischiando così di costituire un danno e non un vantaggio (…)”. A rendere ancora più strano il tutto – segnala Andrissi – “la scelta di accorpare categorie merceologiche diverse in un’unica procedura, (che) esclude di fatto i principali produttori di tecnologie biomediche, come Siemens, Fujitsu, Philips ecc , che non si occupano di lavori edili, nemmeno affittano persone”, ma che vincono spesso le gare praticando prezzi più vantaggiosi.

L’assessore risponde che va tutto bene, perciò Andrissi il 7 febbraio 2018 presenta un esposto alla Corte dei Conti (il 21 ottobre successivo un’ulteriore integrazione). Qualcosa si muove: nel maggio 2018 partono le perquisizioni disposte dalla Procura di Torino e Boraso, direttore generale dell’Asl To3, una delle tre “sovraniste”, riceve un avviso di garanzia per turbativa d’asta.

Higea SpA, mentre trattava con le tre Asl “sovraniste”, non ha certo rinunciato a partecipare alla gara regionale SCR, infatti si aggiudica uno dei 4 lotti con un ribasso del 22,15% sull’importo a base d’asta, già inferiore del 34% a quello stabilito dell’Aso novarese nel suo bando.

Passa un anno e Andrissi torna a vedere che ne è del primo anno della nuova gestione sovranista novarese, scoprendo inadempienze contrattuali che prontamente segnala all’assessore regionale con un’interrogazione ulteriore, ricordandogli anche che “Il mancato rispetto delle tempistiche previste costituisce violazione dei LS (Livelli di Servizio) e comporta la decurtazione automatica del Canone di disponibilità (…)”. L’assessore risponde che è tutto sotto controllo. Il consigliere non demorde e presenta un’altra interrogazione in cui avanza forti dubbi sulla legittimità dell’impresa, documentandoli con conteggi e riferimenti legislativi. Fa rilevare anche una curiosità: “Se non abbiamo letto male i dati – scrive – il numero delle apparecchiature elettromedicali in esercizio (…) per le quali il Concessionario dovrà garantire il corretto funzionamento, è compreso tra 6.500 e 6.700. (…) Ci ha colpito il fatto che siano state messe sotto contratto di manutenzione anche gli apparati cosiddetti di ‘utilizzo domestico’, quali gli asciugacapelli, i forni a microonde, i telecomandi Tv, i lettori dvd, ecc. che, in tutte le parti del mondo, sono movimentati dagli utilizzatori, senza l’impiego di personale specializzato addetto alla manutenzione, o non manutenuti perché in relazione al loro basso costo, quando non funzionano conviene sostituirli e basta”. L’Assessore risponde di nuovo che va tutto bene.

Il tempo stringe, le elezioni regionali si avvicinano, così il consigliere formula due ulteriori interrogazioni, la prima contenente i conti e i confronti fra i costi dell’Aso novarese e quelli di realtà analoghe in Piemonte, la seconda la comparazione fra i costi della “gara sovranista” di Novara e quelli ottenuti da Scr con la gara “generalista”. Conclude le interrogazioni: “Inoltre, sorprende che una volta accettata la proposta, messa a gara la stessa, assegnata la fornitura, l’Azienda, nonostante tutte le nomine del caso destinate a verificare la corretta esecuzione delle forniture previste, non si sia accorta di alcuni mancati adempimenti di particolare rilievo per l’Aou e che nulla abbia fatto nemmeno dopo le ripetute segnalazioni fatte in questa sede. Alla fine, valutati i fatti e gli argomenti addotti dall’Aou di Novara anche volendomi disporre nel migliore dei modi possibili, non sono riuscito fino ad ora a rintracciare i motivi ragionevolmente fondati, sulla base dei quali a Novara i dirigenti dall’Aou Maggiore della Carità hanno accettato, senza fare nemmeno una piega, la proposta di concessione, finanziata con le modalità del PPP”. Ecco i risultati economici di questa storia, ricavati dalle interrogazioni e dall’esposto alla Corte dei Conti: a Novara il canone medio unitario annuo per apparecchio è di euro 850 circa, nel resto del Piemonte l’importo a base d’asta di Scr era di euro 625, il canone finale di circa euro 500, dopo i ribassi ottenuti con la gara. Dunque euro 350 risparmiabili per ogni apparecchio noleggiato (asciugacapelli compresi). Tutto questo per migliaia di apparecchi e per 10 anni. Risultato, se l’Azienda novarese avesse atteso l’esito della gara regionale per conformarsi ai prezzi ricavati, la stessa fornitura le sarebbe costata poco più di 60 milioni di euro circa, con un risparmio di circa 50 milioni di euro.

Ci si sarebbe aspettato che i dirigenti novaresi, alla luce dei ribassi proposti dallo stesso loro partner privato nella gara “collettiva”, si facessero avanti per rinegoziare le condizioni per adeguarle a quelle, più economiche e dunque favorevoli al pubblico, ottenute dalla Società di Committenza regionale. Invece, anche qui nulla.

Il patron di Higea SpA (ora Althea Italia SpA) è Antonio Marino, prima presidente ora vice dell’Unione Industriale di Torino, sezione Sanità: circa settanta aziende impegnate nel settore fornendo servizi, gestendo cliniche di degenza, poliambulatori e rsa, fra le attività più redditizie di un settore nel quale le relazioni sembrano contare a volte più dei servizi resi.

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