“Vedi che hanno fermato a Nico”. “Ma la stradale, la stradale?”. “No, no, in borghese”. “Minchia”. “Va bene, è un bordello comunque. Ci saltano addosso”. Domenico Di Grande e Valentino Buzzan avevano ragione quando il 29 aprile 2015 discutevano al telefono, ignari di essere intercettati dalla guardia di finanza di Reggio Calabria. Ci sono voluti quattro anni, ma alla fine l’operazione “Pollice verde”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, è scattata stamattina all’alba: in 10 sono finiti in carcere e tra questi proprio Di Grande, detto “Mimmone”, e Buzzan, ritenuti i promotori di un’associazione a delinquere in grado di gestire un traffico di marijuana “dal produttore al consumatore”.

“Fine ed apprezzato giardiniere”. Così, in un’informativa delle fiamme gialle, viene definito Domenico Di Grande. La sua “attività lecita”, però, secondo i pm si sarebbe trasformata in un business “a km 0”. Non è un caso, infatti, che durante la perquisizione della sua abitazione i finanzieri hanno trovato quasi un chilo e mezzo di marijuana. Su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri e del sostituto Giovanni Calamita, il gip Domenico Stilo ha disposto il carcere anche per Roberto Bevilacqua (35 anni), Giuseppe Simone (45), Domenico Genovese Zerbi detto “Nico” (47), Fabio Puglisi (40), Carmelo Tommasini (32), Fedele Zaminga (43) e Sebastiano Trunfio (37). Ai domiciliari, invece, è finito Carmelo Gatto di 30 anni. Tutti arrestati, tranne Giuseppe Simone che, da tempo, si è trasferito in Canada.

Dall’inchiesta, condotta dal maggiore Giovanni Andriani e dal capitano Flavia Ndriollari, emerge la “maniacale dedizione” degli arrestati alla produzione in casa dello stupefacente, con relativo peculiare know how che, di fatto, sbaragliava la concorrenza e garantiva prezzi più bassi ed elevati guadagni. Durante le indagini, gli uomini del colonnello Flavio Urbani hanno scoperto tre piantagioni: due nella zona sud di Reggio e una all’interno di un cortile di un’abitazione a San Cristoforo, un quartiere a ridosso del centro cittadino: “Vere e proprie coltivazioni – scrive il gip nell’ordinanza – al fine di ridurre i costi ed i rischi connessi all’acquisto, garantire una qualità migliore della sostanza e aumentare i profitti”.

Marijuana ricercatissima da clienti affezionati. “Se vedevano le piante qua che facevano? – si sente in un’intercettazione – I cani in giardino impazzivano”. C’era chi si occupava di curare e annaffiare le piante, chi le raccoglieva e le faceva essiccare e chi confezionava le dosi che poi venivano distribuite al dettaglio attraverso una rete di pusher. Intercettazioni, pedinamenti, un sequestro di oltre 200 piante di cannabis e buste piene di marijuana, trovate nel portabagagli delle auto di alcuni indagati come Fabio Puglisi, fermato nell’aprile del 2015 con un chilo e 400 grammi di erba pronta per essere divisa in oltre 2mila dosi singole. Tra i “coltivatori diretti” c’era anche il ristoratore Fedele Zaminga intercettato mentre dà istruzioni a un cliente in caso di controlli da parte della guardia di finanza: “Ti devi stare zitto, per caso ti domandano tu gli devi dire che l’hai presa dagli zingari al rione Marconi”.

Secondo gli investigatori, Zaminga e suo nipote, Sebastiano Trunfio, hanno fatto parte dell’associazione fino all’aprile 2015. Da quel momento, avendo ormai intuito di essere nel mirino della guardia di finanza, si sono allontanati dal gruppo di Buzzan e Di Grande. Però, – scrive il gip – “hanno pertanto dato vita ad ‘una associazione ristretta e su base familiare’: si coltivano il loro orticello e ne ricavano la sostanza stupefacente da cedere a pochi ma selezionati clienti”. Per il gip, il carcere è l’unico posto dove gli indagati non sarebbero in grado di spacciare erba: “Ove lasciati in libertà, – è scritto infatti nell’ordinanza – continuerebbero senz’altro a produrre, confezionare e vendere sostanza stupefacente di tipo marijuana: il prodotto commercializzato aveva così tanto successo da indurre i capi dell’associazione a cercare sempre nuovi siti in cui impiantare coltivazioni, cercare nuovi soci, progettare l’espansione verso nuovi mercati”. Il figlio di Domenico Di Grande, infatti, vive in Inghilterra e l’indagato sogna di invadere il mercato londinese con la sua marijuana “made in Reggio Calabria”: “Se ce la sentiamo, – propone al suo socio Buzzan – recuperiamo quattro soldi e gli saliamo quest’erba là sopra, a Londra. Venti ore ci vogliono per arrivare con la macchina”.

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