Sembrerebbe una buona notizia: per la prima volta a Roma il numero delle famiglie che vivono nei container dei “villaggi attrezzati” è in sensibile diminuzione. In realtà dietro questa importante novità – che ci farebbe riconsiderare la bontà del “Piano rom” della giunta Raggi – si cela una verità dalle conseguenze drammatiche: lo svuotamento dei “campi rom” romani sta avvenendo non in forza dell’efficacia dei percorsi inclusivi previsti nel piano, ma solo perché gran parte di quanti sino a ieri abitavano i “villaggi” oggi li ritroviamo per strada.

Ce lo dicono anzitutto i numeri resi pubblici dal Viminale dopo il censimento voluto dall’allora ministro Matteo Salvini. Nel primo semestre del 2019 nei sei “villaggi” della capitale risultava la presenza di 2,6mila abitanti e nei 338 “campi abusivi” i rom censiti erano circa 2mila. Se compariamo i dati con i numeri dell’anno precedente ci si accorge di un travaso di circa 800 unità dagli insediamenti formali a quelli informali. Ottocento persone, dunque, uscite dai “villaggi” romani e finite in strada, dentro un camper o un’auto o, nel peggiore dei casi, sotto una tenda di nylon.

Eppure il “Piano rom” presentato il 31 maggio 2017 parlava di inclusione lavorativa coordinata da mentoring e mental coach e finalizzata, tra le altre cose, alla realizzazione di imprese individuali; di superamento dei campi attraverso “bonus casa” e misure di sostegno all’affitto; di un forte impulso ai processi di inserimento scolastico.

Malgrado l’1,2 milioni di euro per superare il Camping River, i 3,8 milioni di fondi europei destinati per La Barbuta e Monachina e l’1,8 milioni di euro (ai quali vanno aggiunti l’1,5 milioni di euro per le misure di sostegno economico) impegnati per la chiusura di Castel Romano, nulla di quanto previsto è stato realizzato e le uniche famiglie che hanno sostituito la casa al container sono quelle che, due anni fa e in maniera autonoma, hanno presentato regolare domanda per la casa popolare.

Un diritto del quale ogni cittadino ha il diritto di avvalersi senza corsie preferenziali e senza la necessità di “piani sociali” dedicati su base etnica. Ma come e perché 800 persone, in due anni, non sono più presenti nei “villaggi” comunali? Al di là di alcuni inserimenti autonomi negli alloggi dell’edilizia residenziale pubblica, restano tre ragioni:

1. le azioni di sgombero forzatocome è stata la volta del Camping River, dove dal giorno alla notte un centinaio di famiglie si sono ritrovate con borse e materassi sotto il cielo;

2. la drammatica situazione igienico-sanitaria dei “villaggi” totalmente abbandonati dalle istituzioni e privi dei servizi minimi, che ha spinto molte famiglie a fuggire da una condizione ritenuta insostenibile;

3. gli effetti del “decreto Salvini” (votato, non dimentichiamolo, dalla stessa forza politica che oggi governa Roma) che ha avuto, tra le sue prime conseguenze, la caduta nell’invisibilità di numerose famiglie che, se prima potevano contare su un permesso di soggiorno per motivi umanitari, oggi non hanno più lo straccio di un documento pur essendo residenti nel nostro Paese dalla lontana guerra jugoslava.

Le prospettive non sono incoraggianti su questo fronte. È in fase di finalizzazione il nuovo “Regolamento dei campi rom” che questa amministrazione si appresta a varare entro fine anno. A breve, chi non avrà un documento regolare sarà veramente fuori dai “villaggi” ed estromesso da qualsiasi possibilità di puntare a una casa e un lavoro.

Anche quanti risultano iscritti nella graduatoria per l’accesso alle case popolari – unica possibilità, oggi, per uscire dignitosamente dalla vita nei campi – senza un rinnovo del permesso di soggiorno saranno fuori dai giochi. La giunta Raggi e la cittadinanza tutta dovrebbero iniziare a preoccuparsi. E seriamente.

I campi rom della capitale saranno chiusi, forse, come promesso. Ma con un prezzo da pagare altissimo e che resterà sul groppone della città: un esercito sempre più grande di uomini, donne e bambini – senza documenti e privi di casa – vagherà incontrollato nei parcheggi e sui marciapiedi della periferia romana con un fiume di soldi di mancata inclusione, parallelo, che scorrerà al loro fianco.

Forse da domani a Roma non si parlerà più di campi rom e di “villaggi”, ma di senza fissa dimora, sbandati senza documenti, vittime di un’incompetenza che nel sociale produce danni sulla pelle dei cittadini più deboli. Mentre super consulenti, esperti, programmi speciali, uffici rom, Piani rom continueranno, loro sì, a sopravvivere nella loro stanca inutilità.

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