Prima delle tristi vicende legate a Liliana Segre, l’osservatorio Vox Diritti aveva già messo nero su bianco come la rete dell’odio contro le donne si muova di più quando la cronaca registra casi eclatanti. È incredibile come più si parli di violenza e, paradossalmente, maggiore sia la violenza che scaturisce dalla rete. Mistero buffo, tragico e incomprensibile.

Se non dovessimo parlarne, dovremmo fare come quegli “struzzi” che, prima dell’epoca della denuncia dei femminicidi, facevano finta di niente, nascondendo la testa dietro uno stuzzicadenti. Ma il silenzio, senza assenso, non porta da nessuna parte le donne. E tuttavia, da quando abbiamo iniziato a parlare di violenza apertamente, paradossalmente abbiamo iniziato a subirne ancora di più. Magari non “fisicamente”. Magari “solo” parole. Parole che feriscono come coltelli, che rendono necessario un aiuto esterno o minacce che rendono necessaria, addirittura, una scorta.

Per questo è importante leggere la Mappa dell’Intolleranza. Messa a punto da con l’Università Statale di Milano, l’Università di Bari, La Sapienza di Roma e il Dipartimento di sociologia dell’Università Cattolica di Milano permette anche – grazie al servizio di geolocalizzazione dei tweet – di identificare le zone del nostro Paese dove è maggiormente diffusa l’intolleranza verso 6 categorie: donne, omosessuali, migranti, diversamente abili, ebrei e musulmani. La rilevazione inoltre misura – anche – il livello di aggressività dell’intolleranza.

A livello metodologico si è proceduto in questi termini: la prima fase del lavoro ha riguardato l’identificazione dei diritti. La seconda fase si è concentrata sull’elaborazione di una serie di parole considerate “sensibili” e correlate con l’emozione che si voleva analizzare. Nella terza fase si è svolta la mappatura vera e propria dei tweet, e il passo successivo è stato quello di raccogliere i dati, analizzarli ed elaborarli da un punto di vista psico-sociale. Infine, si è proceduto con l’analisi dei risultati da un punto di vista psicosociale e linguistico.

I risultati dell’indagine si riferiscono al periodo tra marzo e maggio 2019, in cui sono sono stati presi in considerazione 215.377 tweet, dei quali 151.783 sono risultati negativi. La classifica dei più odiati vede in testa gli immigrati, contro cui sono stati rivolti il 32% dei messaggi negativi. Un dato che, tra l’altro, evidenzia una stretta correlazione tra i tweet di odio contro i migranti e il linguaggio della politica. Seguono le donne (27%), che pure in calo rispetto agli anni passati si confermano uno dei bersagli di odio verbale privilegiati, e poi musulmani (15%), disabili (11%) ed ebrei (10%). Gli omosessuali, invece, sono i meno odiati tra gli odiati (5%).

Inaspettati i risultati dell’analisi geografica dell’odio, che ha rilevato dove la concentrazione di hate speech sia più diffusa. Per esempio, l’antisemitismo è più presente a Roma. Con i disabili ci si accanisce maggiormente a Milano, Napoli e Venezia. A Bologna, Torino, Milano e Venezia ce l’hanno con gli islamici. A Milano, Napoli, Bologna e Venezia si prendono di mira gli omosessuali.

Le donne, invece, sono oggetto degli hate speech principalmente a Milano, Napoli, Firenze e Bologna. Sorprende, in questo senso, che è proprio in una città come Milano, campionessa apparente di civiltà, si nasconda tanto rancore represso. È qui che si twittano di più la rabbia e l’intolleranza: un luogo che promuove multietnicità e alterità, sotto sotto non ce la fa ad essere davvero aperto alle differenze.

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