“Ci trasferivano. Tre giorni e tre notti a piedi, fino alla stazione. A volte dovevamo camminare sopra i morti perché non c’era altro spazio. La neve era diventata più rossa che bianca perché i tedeschi sparavano a chi restava indietro. In alcuni paesi abbiamo trovato dei magazzini aperti e abbiamo potuto mangiare carote, rape. Poi c’erano gli alberi e riempivamo le tasche di foglie per riscaldarci. A Dora eravamo rimasti in pochi e si mangiava la neve“.

Alberto Sed, morto il 2 novembre a 91 anni. Sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz. La madre e una sorella sono state uccise nelle camere a gas. Una seconda sorella, Fatina, sopravvissuta, è stata sottoposta agli esperimenti del dottor Joseph Mengele. Nel lager, a 15 anni, dovrà compiere varie mansioni come sistemare i bambini che arrivavano al campo sui carretti che li avrebbero portati al crematorio.

“Appena arrivati nel campo di Auschwitz, ci hanno divisi, uomini e donne. Mi stavo unendo al mio gruppo, ma mia mamma mi ha tirato per la giacca. ‘Nedo, Nedo, dove vai? Aspetta. Abbracciami forte, perché non ci vedremo mai più’. Io l’ho stretta fortissimo, le ho baciato il volto. Era come se fosse stata sotto la pioggia, era coperta di lacrime. Lei aveva capito già tutto”.

Nedo Fiano, 94 anni. Sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz. Nel lager è stata eliminata tutta la sua famiglia, 11 persone. Al suo ritorno aveva solo i cugini, unici sopravvissuti. Si sposa con Rina Lattes, sua compagna nella scuola ebraica che frequentavano dopo le leggi razziali. Dagli inizi degli anni Settanta è testimone in tutta Italia della Shoah. Ha raccolto i ricordi della sua famiglia e della sua esperienza in A 5405, il coraggio di vivere, del 2003. Il numero è quello tatuato sul corpo ad Auschwitz.

“Appena arrivati ci vollero dividere: ci fu una reazione da parte nostra, e i tedeschi ci fecero capire che le loro decisioni non si discutevano. Mi ricordo che papà ha cercato di difendere sua figlia il più possibile, ma lo hanno gonfiato di botte. Non cancellerò mai quella scena dai miei occhi, non dimenticherò mai lo sguardo di questo genitore, amareggiato e distrutto per non aver potuto difendere sua figlia”.

“In quelle persone non c’erano gesti umani. Un medico, un professionista, poteva decidere con il gesto di un dito, chi andava nelle camere a gas: ed era l’80% del totale. E tra questi c’erano molti bambini, bambini innocenti. Come fa una persona a mandare alla morte queste piccole creature: come può questo uomo, la sera, bere la sua birra e parlare come se nulla fosse successo?”

Sami Modiano, 89 anni. Sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz. Nel lager sono stati uccisi suo padre e sua sorella. Grazie al caso (la necessità di manovalanza nelle cucine delle SS dopo l’arrivo di un carico di patate) e al coraggio del padre (che lo infilò nella fila dei prescelti per il lavoro togliendolo da quelli destinati a morte), è rimasto in vita. Quando i tedeschi iniziarono la ritirata e portarono i superstiti in marcia da Birkenau verso Auschwitz Modiano si accasciò a terra senza forze: fu sollevato da due sconosciuti compagni di sventura che lo portarono a destinazione lasciandolo su un cumulo di cadaveri per mimetizzarlo. Al suo risveglio vide una casa in lontananza e ci si trascinò. Lì trovo anche Piero Terracina, che durante la prigionia è diventato suo grande amico, e Primo Levi.

Non ci fu gioia al momento della liberazione. Ricordo molto bene quel giorno. Era la tarda mattinata, aprii la porta della baracca per andare a prendere un po’ di neve in qualche parte del lager che non fosse troppo contaminata dai corpi che giacevano sul terreno, per ricavarne un po’ d’acqua da poter bere. Altra acqua non c’era. Vidi un soldato completamente ricoperto di bianco, era solo ed aveva un mitra. Si voltò verso di me e mi fece cenno con la mano di rientrare. Comunicai ai miei compagni che i soldati dell’esercito sovietico erano entrati nel campo ed eravamo liberi. Non ci fu nessuna reazione, solo silenzio. Solo dopo qualche ora vidi qualcuno che piangeva ed altri che pregavano. Nessuno poteva gioire sapendo che molti dei nostri congiunti non li avremmo più visti. Sapevo che non avrei più trovato i miei genitori, il nonno e lo zio che in una selezione era stato scelto per la morte nelle camere a gas. Speravo di poter ritrovare mia sorella, i miei fratelli o qualcuno di loro, speranza risultata vana”.

“Non vi voglio raccontare tutto l’inferno, tutti i dettagli, anche se i ricordi sono tanti. Io sono arrivato in estate, per avere acqua dovevamo succhiarla dal fango, sperando che non fosse contaminata dai cadaveri. E ricordo la notte in cui hanno cancellato il ‘campo degli zingari’: era vivace, una delle poche fonti di vita in quel luogo, una notte abbiamo sentito delle urla, al mattino dopo non c’era più nulla e c’erano i camini in funzione“.

Piero Terracina, 91 anni, sopravvissuto ad Auschwitz. Arrestato con tutta la famiglia su segnalazione di un delatore. Degli 8 componenti della sua famiglia solo lui farà ritorno a casa. Dagli anni Ottanta parla da testimone della Shoah in scuole, associazioni, università, conferenze, seminari, istituzioni militari, carceri, media.

“Era un inferno, ossia un passaggio nell’aldilà dopo atroci sofferenze. Immediatamente gli uomini vennero separati dalle donne e dai fanciulli, ordinarono loro subito di mettersi in fila ed in cammino e altrettanto fecero con noi che sfilavamo dinanzi a quelle canaglie. Alle mamme vennero subito strappati i bambini dalle braccia. Gettarono queste creature piangenti sul camion come fossero immondizia. Così, dopo tutta la selezione, rimanemmo 65 ragazze, tutte robuste. Ad un certo punto, prima di aspettare l’ordine per incamminarci di nuovo, un tedesco, per caso, vide che una delle ragazze teneva un grosso involto tra le braccia. Le fu intimato di far vedere che cosa c’era dentro e questa, tutta sconvolta e tremante, aprì uno scialle nero di lana e apparve una bella bambina di circa 6 mesi. La madre supplicò tanto il tedesco di non farle del male e chiese di andare dove sarebbe andata sua figlia per seguire lo stesso destino. Ma il tedesco con un grande sogghigno prese la povera creatura, le strappò i poveri stracci di dosso e poi, con grande sveltezza, la scosciò davanti agli occhi inorriditi della madre e di noi tutti. La povera donna non sopportando il grande dolore, cadde subito morta ai nostri piedi. Questa signora era livornese come me, si chiamava Berta Della Riccia. Fu arrestata assieme ai suoi familiari per essere condotta ad Auschwitz. Di tutta la famiglia non è rimasto alcun superstite, perché tutti furono uccisi nelle camere a gas”.

Frida Misul, morta nel 1992 a 73 anni. Sopravvissuta ad Auschwitz. Arrestata dalla polizia italiana ad Ardenza, trasferita nel campo di concentramento di Fossoli, viene brutalizzata durante gli interrogatori perché riveli il nascondiglio dei familiari e del cugino Umberto unitosi ai partigiani. Non cede ed è deportata ad Auschwitz. Prima sottoposta ai lavori forzati, poi ricoverata nell’ospedale del campo, viene salvata dalla sua voce di cantante: la domenica si esibisce per le SS. Dopo vari trasferimenti viene liberata dal lager di Theresienstadt. E’ suo uno dei primissimi memoriali di deportati ebrei: Fra gli artigli del mostro nazista viene pubblicato da Belforte nel 1946.

Imparammo a non piangere più. Imparammo a non raccontare più: ‘La mia casa era così, la mia mamma era così, mia sorella era così’ perché anche l’altra aveva lo stesso dolore, anche l’altra aveva la stessa fame. Non avevo una spalla su cui piangere e non sono stata una spalla su cui piangere. Quelli che sono stati spalle su cui piangere sono diventati santi. Sono santi. Noi eravamo povere ragazze che parlavano solo di cibo. Il mangiare era diventato una fissazione: oggi non si può capire, oggi è difficile, quasi impossibile raccontare la fame alle nuove generazioni abituate ad aprire il frigorifero e a scegliere, abituate a buttare nella spazzatura alimenti scaduti perché non piaciuti abbastanza.

Noi avremmo mangiato qualunque cosa. E parlavamo solo di cibo. E inventavamo ricette succulente, e immaginavamo torte megagalattiche poste nel centro del piazzale dove c’erano invece le forche. Avevamo una fame terribile e diventavamo scheletro giorno dopo giorno.

All’alba venivamo svegliate da una bastonata, non avevamo orologio, non avevamo radio, non sapevamo mai che giorno fosse, che ora fosse. Venivamo inquadrate all’appello e poi portate al lavoro. Uscivamo dal campo e incontravamo sulla strada per Auschwitz, per andare in fabbrica, quasi tutti i giorni, ragazzi della Hitlerjugend: nostri coetanei, pasciuti che stavano a casa propria. Ci vedevano passare e, non contenti di essere carnefici e figli di carnefici, ci sputavano addosso e ci dicevano parolacce che avrei capito solo in seguito e che mi sarebbero sembrate assurde e ingiuste. Li odiavo allora, con tutte le mie forze, ed è stato liberatorio per me, nella mia età matura, diventata la donna di pace che sono, rielaborare quei ricordi, e avere pena di quegli adolescenti di allora e dei naziskin di oggi”.

Liliana Segre, 89 anni, sopravvissuta ad Auschwitz. Nel campo di sterminio ha perso diversi familiari, tra cui il padre. E’ cresciuta con gli zii e i genitori materni. Si è sposata con Alfredo Belli Paci, anche lui reduce dai lager nazisti per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò, lo Stato fantoccio collaborazionista di Hitler. Decide di iniziare a raccontare dopo 45 anni, quando diventa nonna, dopo un lungo percorso di elaborazione e per la necessità di testimoniare. Da quasi trent’anni gira scuole, associazioni, librerie e congressi per raccontare la sua storia. Nominata senatrice a vita nel 2018 dal presidente della Repubblica nell’80esimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali volute ed elaborate dal Duce del fascismo Benito Mussolini. Per effetto di numerose minacce a carattere antisemita, la prefettura di Milano ha disposto per lei una tutela personale.

Per due volte in una settimana Salvini – il supercapo, il vincente dei vincenti, il più forte pro tempore, il leader potente e per questo inconsapevole guida, esempio – si è paragonato a Liliana Segre. Ha smentito dopo quasi un giorno, con molto studio, di averle fatto visita: invece di chiederlo, invece di averlo già fatto, l’ha smentito. A chi chiedeva se fossero più gravi le minacce a lui o alla senatrice a vita ha risposto che aveva appena ricevuto un altro proiettile: “Ma non piango”. Dando per implicito l’indicibile, come spesso fa, in modo subdolo, poco coraggioso per un preteso capitano, il consueto giochetto pavido: alludere per solleticare qualche istinto senza però assumersi la responsabilità. Dice che – non si sa quando – la Segre la incontrerà: “Io ascolto ascolto, è una donna estremamente intelligente. Sono giovane, ho voglia di capire, di imparare e di ascoltare”. Ha 46 anni e non è chiaro cosa c’è ancora da capire su cosa ha imparato nella sua vita Liliana Segre, su cosa c’è da dire di più dopo essere uscita dal campo di sterminio di Auschwitz.

Nei suoi elenchi di parole a caso ripetuti come i giostrai (prendi la codina, sì sì sì) pronuncia molto spesso le parole dignità, onore, rispetto, con la consueta numerazione delle dita che accostano quei termini a una lista della spesa. E sempre a parole – e sempre buttate lì, vuote – parla della necessità di rispetto delle regole, ordine, disciplina, tradizioni, famiglia, educazione civica – quante volte la ripete l’educazione civica.

Ma continua a fingere di non capire che di fronte a storie come quella di Liliana Segre l’unica cosa da fare è tacere: è ritirarsi in un silenzio religioso, doloroso, rispettoso, deferente.

In tutta questa storia il comportamento di Salvini e di chi lo segue non riguarda la politica, non c’entra niente con la libertà di espressione, non c’entra con niente. E’ solo una questione di maleducazione.

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