Sono passati esattamente quindici anni da quando è nata la Costituzione europea. Eppure, a giudizio dello scrivente, vi è ben poco da festeggiare. Senza esagerazioni, lo si dovrebbe considerare un giorno di lutto nazionale in ogni Paese del vecchio continente. Come ho cercato di mostrare nel mio recente studio, scritto con Silvio Bolognini e intitolato Il nichilismo dell’Unione Europea, l’Unione europea corrisponde, per sua essenza, alla ristrutturazione verticistica del potere nel quadro post-1989.

È, in sintesi, l’unione delle classi dominanti d’Europa contro le classi lavoratrici e i popoli europei mediante quello che è stato a ragion veduta definito l’euro experiment. Con le grammatiche del Marx del Discorso sul libero scambio (1848), la classe dominante procedeva ancora una volta a “indicare con il nome di fratellanza universale lo sfruttamento nella sua forma cosmopolitica”.

L’Unione europea, in quanto realtà della Europe in the global age, secondo la formula di Anthony Giddens, è l’emblema dello spirito della globalizzazione cosmomercatista come vittoria della classe dominante liquido-finanziaria. Non ci protegge dai drammi del globalismo, ma li favorisce in tutto il territorio europeo: genera quella che ho definito la “glebalizzazione” (confronta Glebalizzazione. La lotta di classe al tempo del populismo, 2019), ossia l’abbassamento generale delle condizioni di vita e di lavoro dei ceti nazionali-popolari.

L’Unione europea corrisponde, allora, a una controrivoluzione neoliberista: è la rivolta dell’aristocrazia finanziaria, passata all’offensiva nel nuovo, e per essa favorevole, diagramma dei rapporti di forza successivo all’annus horribilis del 1989. Con la fondazione dell’Unione europea, si è prodotta la cessione delle sovranità nazionali dei popoli: le quali non sono state recuperate a un più alto livello, ossia come nuova sovranità del popolo europeo unificato. Sono, invece, state cedute a un ente privato, post-nazionale e non democraticamente eletto, rispondente al nome di Banca centrale europea (Bce, un soggetto sovrano, extra-nazionale, privato e sottratto anche alle procedure della democrazia elettiva.

In altri termini, secondo quella che è stata etichettata come the retreat of the State, il governo di Roma e quello di Parigi, quello di Madrid e quello di Berlino hanno ceduto la propria sovranità, anzitutto quella monetaria, a una società privata, la Bce, emanazione diretta della classe globocratica dominante. Quest’ultima, grazie al suo monopolio dei mezzi di informazione, è altresì riuscita a fare in modo che ciò, nell’immaginario collettivo, coincidesse con la “democrazia” e che, di conseguenza, ogni movimento orientato al recupero della sovranità nazionale fosse aprioricamente delegittimato come antidemocratico e parafascista, nell’apice dell’inversione orwelliana tra parole e cose. È la “Matrix europea”, come l’ha appellata Francesco Amodeo.

“L’euro è irreversibile”, ripetono gli euroinomani, ogni giorno più numerosi: perfino Matteo Salvini s’è recentemente scoperto adepto dell’europeisticamente corretto. Dalla struttura stessa della Ue sono scaturiti tanto il deficit democratico strutturale (e non accidentale, né transeunte) dell’Unione europea, quanto il suo neocolonialismo finanziario, che decide della vita e della morte dei popoli degli Stati europei. Stati che – giova rammentarlo – hanno rinunziato alla propria sovranità monetaria, senza che si ricorresse alla “estetica dei supplizi”, come l’avrebbe appellata il Michel Foucault di Sorvegliare e punire, connessa alle bombe e ai carri armati.

Complici i processi di desovranizzazione organizzata, le politiche economiche e il futuro dei popoli europei sono ora decisi da consigli di amministrazione. Su queste basi poggia anche quella che vorremmo definire, senza perifrasi edulcoranti, l’irriformabilità dell’Unione europea: irriformabilità che deriva more geometrico dal fatto che non si può, “per la contradizion che nol consente”, riformare e ridemocratizzare uno spazio che è stato pensato e creato ad hoc per svuotare le democrazie europee, ponendo i processi decisionali nelle stanze chiuse e postdemocratiche dell’aristocrazia finanziaria.

Insomma, non v’è davvero nulla da festeggiare. A meno che, ovviamente, non si sia membri della classe dominante, dell’aristocrazia finanziaria che comanda nell’Unione europea.

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