Un filmato o un oggetto d’epoca: è difficile stabilire cosa sia più efficace per trasmettere la storia. Se ne sono accorti alla Casa della Memoria, dove da tempo è in corso un dibattito su come raccontare la Resistenza. Da un parte multimedialità e video interattivi, dall’altra cimeli storici usati sul campo di battaglia. Due linguaggi museali che si scontrano e che non possono integrasi per un unico problema: lo spazio.

Il simbolo della controversia è una petizione. L’ha lanciata proprio la Casa della Memoria, da sempre impegnata a raccogliere e diffondere le voci dell’antifascismo italiano, e la presenterà al Comune di Milano e al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. Fra i firmatari – 4 mila per ora – anche Liliana Segre e Nando dalla Chiesa. L’obiettivo è duplice: chiedere la realizzazione di un vero e proprio museo della Resistenza, ancora assente nel capoluogo lombardo, e garantire il proseguimento delle attività in corso nella sede di via Confalonieri. Il piano terra, infatti, ospita uno spazio di 400 metri quadrati che fa da tramite fra le attività della struttura, la cittadinanza e il Comune. Qui, ogni giorno, si organizzano mostre, incontri, presentazioni di libri, documentari, spettacoli teatrali ed eventi scolastici. Sempre qui, un progetto statale prevede la nascita del Museo Nazionale della Resistenza: una torre cilindrica alta tre metri e larga 12. Un ingombro che la Casa della Memoria considera incompatibile con la programmazione delle sue attività: “Abbiamo fatto la prova con il nastro da cantiere: occupa lo spazio quasi interamente” dice a IlFattoquotidiano.it Antonella Loconsolo, membro dell’Associazione Nazionale Ex deportati nei Campi Nazisti (Aned) e dell’ Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi), due delle associazioni che hanno sede all’interno della sede di via Confalonieri.

Il Museo è pensato per essere interamente virtuale e dovrebbe descrivere gli anni dal 1943 al 1945 con pannelli e filmati. “Ma Milano, una città medaglia d’oro della Resistenza, non può ridurre il racconto di quel tempo a un museo di 400 metri quadri”, dice Loconsolo, “non abbiamo nulla contro la multimedialità, ma il punto è un altro: abbiamo a disposizione abbastanza materiale per creare un museo molto più esteso, e sarebbe un peccato non mostrarlo alla cittadinanza”. Qualche esempio: “I registri matricola di San Vittore con i nomi dei partigiani arrestati o fucilati a Milano, lettere autografe, diplomi di partecipazione alla guerra partigiana, bandiere originali usate sul campo, opere d’arte”. Secondo la Casa della Memoria, la torre multimediale prevista dal progetto avrebbe quindi due conseguenze negative. In un colpo solo, frenerebbe le attività dello spazio, diventato ormai un punto di riferimento per i cittadini del municipio 9, e non darebbe degna testimonianza della Resistenza italiana. “Abbiamo una programmazione che occupa tutti i giorni dell’anno, e per fissare alcune attività è necessario prenotare con anticipo di tre o quattro mesi. Il ritmo diventa ancora più intenso in gennaio, in occasione della Giornata della memoria, e per il 25 aprile. Questo spazio ha una valenza assoluta per i cittadini ed è un punto di riferimento per le scuole, che col tempo si sono sempre più avvicinate a noi”, sostiene Loconsolo.

Per capire le origini del progetto bisogna risalire al 22 gennaio 2015: il ministero dei Beni Culturali stanzia due milioni e mezzo di euro per creare un Museo Nazionale della Resistenza, che – su decisione del Comune di Milano – dovrà avere sede all’interno della Casa della Memoria. L’Istituto Nazionale Parri, che ha sede nella struttura di via Confalonieri, è incaricato di svolgere il progetto esecutivo, in collaborazione con il Comune. “La nostra è stata una funzione scientifica ottenuta in base a un protocollo di intesa stilato a tre, con comune e ministero dei Beni Culturali”, dice a Ilfattoquotidiano.it il presidente dell’Istituto Paolo Pezzino. “Ci sono stati dati paletti specifici: doveva stare nei 400 metri quadri del piano terra”. La chiave multimediale viene scelta anche per questo motivo (cioè, lo spazio) ma soprattutto perché viene considerata il nuovo linguaggio delle strutture museali: “Il museo concepito come insieme di cimeli, che espone bandiere, medaglie e scarponi usati, a mio parere è anacronistico. Avessimo avuto più spazio avremmo introdotto anche elementi fisici, ma la prevalenza multimediale è fondamentale: i musei, oggi, si costruiscono così“. Prosegue: “Il progetto funzionerebbe bene. Usa tecnologie moderne, è interattivo: le visite possono seguire un ordine cronologico o tematico”. Sarebbe rivolto soprattutto ai giovani: “Riusciamo davvero a immaginarci una classe del liceo o delle scuole medie davanti a oggetti d’epoca? La loro attenzione calerebbe subito”. Resta, però, il problema dell’ingombro a piano terra: Pezzini segnala che all’interno della torre alta tre metri è previsto un auditorium di 60 posti (comunque meno rispetto a quelli attuali) che ospiterebbe il pubblico. Quanto alla petizione lanciata dalla Casa della Memoria, il Parri ha scelto di non aderire: “Voglio specificare che non siamo né a favore né contro. Da una parte, quella delle associazioni è una battaglia politica legittima. Dall’altra però, il Comune di Milano ha sempre detto che la sua decisione è definitiva”, dice Pezzini. Due direzioni contrapposte che portano a “una situazione in stallo. I fondi dovrebbero essere spesi entro l’anno e siamo già a ottobre. Sono d’accordo, Milano avrebbe bisogno di museo più grande, ma il nostro poteva essere un punto di partenza. Non so cosa succederà, ma mi dispiacerebbe molto se, alla fine, non venisse realizzato nulla”.

Si cercano intanto possibili sedi per il museo della Resistenza voluto e immaginato dalla Casa della Memoria: si è fatto cenno al museo del Risorgimento, alla palazzina dell‘ex Collegio Calchi Taeggi, e alla sede delle Ex Cucine economiche di viale Monte Grappa. Per il momento la petizione ha ottenuto 4000 firme, fra cui quelle di Liliana Segre e Nando dalla Chiesa. Un primo blocco che sarà consegnato al Comune e al ministro Franceschini. La raccolta, però, va avanti. In via Confalonieri non hanno dubbi: “Ci fermeremo quando il progetto sarà cambiato”.

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