È il 29 ottobre 2009, il Fatto Quotidiano è in edicola da appena un mese, la consueta riunione del mattino è da poco terminata. Vitantonio Lopez entra nella mia stanza con delle foto e poche parole: “Direttore decidi tu ma per me vanno pubblicate”. Abbiamo chiamato la nostra piccola redazione di via Orazio, “due camere e cucina”, e dalla mia parete di cartone ho già capito che è successo qualcosa. Non posso immaginare cosa. Vitantonio – caporedattore insieme con Nuccio Ciconte, giornalisti di razza – mi mette sotto gli occhi qualcosa di mai visto.

L’immagine di un viso sfigurato, massacrato, una chiazza informe dove il rosso del sangue rappreso si confonde con il nero delle palpebre pestate. Al giornale le ha portate Caterina Perniconi, giovane collega di quella nidiata di ragazzi entusiasti, tenuti a freno dal polso esperto di Vito e Nuccio. Caterina è stata al Senato, dove si è svolta la conferenza stampa organizzata da Luigi Manconi con il Partito radicale. C’è una ragazza, racconta Caterina, che non riesce a trattenere le lacrime. Ci sono un padre e una madre. C’è un avvocato che denuncia un caso di morte sospetta in carcere e consegna ai giornalisti presenti una busta. Contiene le foto, quelle foto, che mostrano il cadavere di un ragazzo. Stefano Cucchi. La ragazza con gli occhi gonfi è Ilaria, sorella di Stefano. Rita e Giovanni sono i genitori: straziati, piegati. In redazione siamo in pochi e che io ricordi, tutti sono per pubblicare, senza se e senza ma. Il solo a mostrare qualche perplessità sono io. Mi chiedo e chiedo se sbattere in prima pagina l’insostenibile violenza di quel corpo distrutto possa urtare la sensibilità dei nostri lettori. Un mondo subito accorso a sostenerci ma che ancora conosciamo poco. Non rischiamo di creare così un effetto controproducente rispetto alla battaglia di verità sul caso Cucchi che stiamo per intraprendere? No, al contrario, mi convince Marco Travaglio, la forza di quell’orrore potrà essere decisiva. L’indomani, se non ricordo male, saremo solo noi a pubblicare in prima pagina le foto di Stefano steso sul tavolaccio dell’obitorio. Forse altri direttori hanno preferito la cautela. Accresciuta dal profilo giudiziario della vittima, già liquidata come un “tossico spacciatore”. Senza contare le prime versioni dell’Arma tese a smontare qualsiasi ipotesi di pestaggio in caserma, dopo l’arresto del ragazzo. La parola dei carabinieri contro quella di una famiglia disperata e definita “assente”. Non c’è partita. Infatti Silvia D’Onghia, che con Caterina e altri eccellenti colleghi, provano a smontare giorno dopo giorno, anno dopo anno, articolo dopo articolo, il muro dell’omertà complice, si troveranno spesso a lavorare controvento. Poiché, accanto alla famiglia Cucchi, non sono tanti coloro che hanno voglia di contrastare la gelida tramontana delle “verità ufficiali”.

Due anni dopo il Fatto decide di partecipare alla produzione del film documentario di Maurizio Cartolano (sponsorizzato da Amnesty e Articolo 21): 148 Stefano mostri dell’inerzia. Quando il 2 novembre 2011 la pellicola viene presentata alla Mostra del Cinema di Roma, Ilaria, i genitori di Stefano e noi che li accompagniamo, sembriamo dei fissati che insistono su una battaglia persa in partenza. Non è stato così.

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