Non è troppo presto per fare un bilancio spassionato delle teorie economiche che dal Dopoguerra hanno influenzato la politica mondiale. L’economia fino agli anni Sessanta era poco più di un sistema di contabilità e gli economisti erano rilegati nei retrobottega di banche e imprese finanziarie a riempire di numeri tabelle che nessuno si curava di consultare. Tutto è cambiato negli anni Settanta con l’avvento dei Chicago Boys.

Economia ed economisti sono diventati pop, apparivano in televisione, venivano consultati da ministri e premier e facevano notizia. Milton Friedman ristrutturò l’economia cilena per Pinochet e per questo tipo di operato vinse il premio Nobel; Il Nobel venne anche dato ad un altro “luminare” della scuola di Chicago, Robert Lucas, l’uomo che nel 2008, poche settimane prima dello scoppio della maggiore crisi economica e finanziaria dal 1929, dichiarò che l’economia mondiale era sanissima. Altri nomi illustri che hanno rivestito posizioni importantissime a livello economico mondiale e che hanno fatto previsioni altrettanto errate sono: Alan Greenspan, ex governatore della Riserva Federale Americana, e il suo successore Ben Bernanke. Entrambi, fino al crollo della Lehman Brother, ripetevano che non c’era nulla di cui preoccuparsi.

Chi era al timone dell’economia e della finanza mondiale non ha capito nulla della crisi anche dopo il suo scoppio. Mervyn King, governatore della banca d’Inghilterra, era certo che i salari nel Regno Unito e nel resto del ricco Occidente sarebbero cresciuti esponenzialmente, intanto oltreoceano Greenspan annunciava un lungo periodo di inflazione a doppie cifre. Ancora adesso Jay Powell, governatore in carica della Fed, ammette di non capire perché i salari non salgano. Per aiutarlo dovrebbe guardare questo grafico.

Dagli anni Settanta gli economisti predicano la magia del mercato: in altre parole questo è infallibile. I bei risultati del mercato sono visibili nella differenza tra il reddito reale e i salari, una massa immensa di denaro che le élite, un tempo definito capitale, ha intascato. Il liberismo ci ha regalato l’ineguaglianza cronica. Ed ecco perché i salari non aumentano, la ricchezza non viene redistribuita ma investita sul mercato finanziario, dove gli indici non fanno che crescere e generare fiumi di denaro per chi ha la fortuna di poter investire in borsa. E quando le cose vanno male, le banche centrali corrono alle presse e stampano nuova moneta, altri fiumi di denaro che le banche incanalano verso piazza Affari.

Per agevolare il corso del denaro verso i settori finanziari c’è anche la manovra fiscale. Ai livelli dei tassi d’interesse odierni, cioè bassissimi, nazioni come gli Stati Uniti dovrebbero rimodernare tutte le infrastrutture, e cioè lanciare un enorme piano di lavori pubblici pagato con l’erario dello Stato, e invece non succede. Donald Trump piuttosto ha tagliato le tasse per un valore di 1.600 miliardi di dollari ai più ricchi, dichiarando che l’effetto a cascata avrebbe fatto ricadere tale ricchezza sulle classi meno abbienti, un fenomeno che i liberisti continuano ad aspettare con fede messianica come l’avvento del messia.

Sulla base di questo bilancio forse non sarebbe male tornare agli anni Sessanta e restituire agli economisti, e tra questi c’è anche chi scrive, il titolo di semi-contabili e farli giocare nei retrobottega con le loro teorie ad una sorta di Risiko economico: lì di certo non potrebbero più danneggiare nessuno.

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