di Mario Alberto Catarozzo*

La Business Roundtable riunisce i 200 Ceo delle maggiori multinazionali mondiali. Se in passato il profitto per gli azionisti era il vero unico scopo dichiarato, oggi le cose stanno diversamente. Sono due le parole chiave che le nuove generazioni (i cosiddetti Millennial innanzitutto) hanno a cuore: sostenibilità e felicità. Questa nuova sensibilità ha fatto breccia nelle multinazionali che hanno i Millennial come clienti e come futuri manager: ha fatto il giro del mondo il documento sottoscritto dai Ceo delle più importanti multinazionali Usa verso una governance più sostenibile che tenga conto prima della sostenibilità delle scelte e poi del profitto.

Dentro la sostenibilità c’è il concetto di social responsability, quella responsabilità sociale che si estende dall’impatto ambientale del business di un’organizzazione all’impatto sociale. Si legge nel documento finale prodotto dall’ultimo incontro della Business Roundtable che le imprese devono “investire nei loro dipendenti, proteggere l’ambiente, comportarsi correttamente ed eticamente con i fornitori, creare valore di lungo termine per gli azionisti”.

Non stiamo neppure a sottolineare le critiche che si sono alzate di fronte alle ovvietà e genericità delle dichiarazioni di questi colossi del business, ricordando che la vera filantropia è affidata all’iniziativa dei singoli come Bill Gates e Warren Buffett – considerati tra i più grandi filantropi della storia -, i quali hanno utilizzato i propri soldi e non quelli dei colossi che hanno fondato e di cui sono (o sono stati) alla guida. La nota importante comunque, al di là delle azioni di marketing sottese a certe dichiarazioni – che suonano più come una verniciata per ripulire le facciate di azioni che hanno un impatto sociale e sull’ambiente incredibile -, è che se ne parli, alimentando così la sensibilità sociale.

Le ragioni sono molteplici, ma ritengo che la principale sia che i giovani, i Millennial, siano particolarmente sensibili ai temi del sociale e dell’ambiente, più delle generazioni precedenti. Gioco forza, quindi: le aziende devono adeguarsi a quel pubblico che consumerà i loro prodotti e servizi e che entrerà nelle stesse con ruoli manageriali e da dipendenti, costituendone così l’ossatura, la struttura portante. Retorica manageriale, marketing sociale, bulimia imprenditoriale sono privi di appeal su di loro.

I giovani che oggi entrano attivamente nel panorama lavorativo e politico del mondo vogliono ritrovare nelle aziende in cui scelgono di lavorare un sistema di valori che rispecchi il proprio. Sentono che la parola “etica” debba concretizzarsi in azioni a tutela del lavoratore, in uno scenario economico e sociale ben diverso da quello presente all’epoca dello Statuto dei Lavoratori. Uno scenario che deve tutelare la felicità del lavoratore mediante la sostenibilità delle scelte aziendali sia sulla vita dei singoli che della collettività.

Dal canto loro le aziende, partendo da quelle internazionali – più sensibili al giudizio del pubblico – hanno capito che, al di là delle azioni con finalità di immagine e marketing, effettivamente tutelare la maternità, creare le condizioni di sostenibilità con gli asili interni, con orari flessibili, con lo smart working sono delle priorità per avere lavoratrici più felici e realizzate (e quindi anche più performanti).

Hanno capito che l’impatto sull’ambiente può essere ridotto riducendo gli spostamenti dei collaboratori, mediante lo smart working (lavoro in parte da casa), oppure con le videoconference, o con le politiche plastic free. Per non parlare di corsi interni per la crescita personale e professionale: dalle lingue alle soft skills, dai viaggi all’estero fino alle community di lavoro interne. Aziende di questo tipo rendono la vita dei lavoratori più sostenibile, meno stressante, con maggiori possibilità di realizzazione personale e professionale. Aziende di questo tipo sono più appetibili per le giovani leve, attraggono più facilmente i talenti e sono più apprezzate dal mercato.

Win-win potremmo concludere: nessuno ci rimette, ma tutti, dall’ambiente ai lavoratori, dagli azionisti agli imprenditori, guadagnano il loro, in termini di qualità di vita, tutela dell’ambiente, business. Sarà questa l’impresa 4.0 del futuro?

*Formatore e Business Coach professionista, CEO di MYPlace Communications. Laureato in giurisprudenza, mi sono specializzato nel Coaching, PNL, Comunicazione e Marketing. Nei 25 anni di attività, ho attraversato la libera professione, poi il mondo aziendale, dove sono stato manager nel mondo dell’editoria giuridica, successivamente il coaching dove oggi sono Coach professionista e Formatore. Come Coach e Consulente affianco aziende e studi professionali nei processi di sviluppo e di marketing.

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