In principio era soltanto una ragazzina che saltava la scuola sedendo davanti al Parlamento svedese e un cartello con su scritto “sciopero scolastico per il clima”. Poi è diventata Greta Thunberg, fino all’Onu, davanti ai grandi della Terra che non vogliono crescere. Una visibilità così concreta e potente da far cambiare il colore di Babbo Natale da rosso in giallo cerata (più di quanto la Coca Cola seppe fare trasformando l’originario Santa Claus da verde in rosso).

L’effetto mediatico di Greta è stato tanto rapido ad ascendere quanto, potenzialmente, rapido a svanire, specie di questi tempi. Stavolta sarà diverso? Data la gravità dello salute del pianeta c’è da sperare che la ragazza cresca e si mantenga bene, perché da sola ha saputo mettere in moto le masse (di giovani) e quando si muove la gente… si fa la storia.

Ma Greta resta una ragazza (che somiglia più a una ragazzina) di 16 anni, con un aspetto comune (e questo conta molto, perché è più facile identificarsi in lei) e con i suoi difetti (compresa la sua sindrome, che non le impedisce certo d’esser straordinaria).

Ma a 16 anni è difficile reggere il peso di tanta popolarità, fare fronte all’urto di responsabilità che nemmeno i capi di Stato hanno voluto assumersi, essere il simbolo di una lotta che ha sedotto moltissimi giovani e ricordato a tanti vecchi adulti che abbiamo lasciato ai figli un’eredità in perdita.

Abbiamo bisogno urgente di esempi a cui ispirarci e forse Greta è uno di questi, ma per esserlo davvero non può e non deve (mentre cerchiamo di salvare il salvabile) esser lasciata sola nel suo rischio peggiore: quello di diventare un brand, un marchio di fabbrica. Muove anche grandi numeri economici e questi le daranno corda fino a quando ci sarà latte da mungere (noi), col rischio di ritrovarci (noi) a inseguire una moda più che un dovere.

Sono usciti e usciranno libri, si faranno film e di tutto e di più attorno a questa ragazza il cui nome, suo malgrado, produce denaro. Se anche vendere servisse a cambiare rotta nella consapevolezza del mondo di salvarsi, allora sacrificare la ragazza Greta al merchandising sarà servito a qualcosa. Cioè, volevo dire: salviamo la Terra, ma salviamo anche questa ragazza dal peso della fama. E già che ci siamo, salviamo anche tutti gli altri.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Dieci anni del Fatto, gli auguri della Fondazione Montanelli: “Vi inoltriamo questo cartoncino scritto a mano” (e firmato Indro)

prev
Articolo Successivo

Facebook rinuncia al fact checking per i politici e dà loro licenza di mentire. Perché?

next