“Altroché la vittoria di oggi. Questo gesto vale 30 punti”. C’è un signore qualunque che su Facebook riassume in sette/otto parole una giornata come fosse una vita intera. I giocatori del Bologna di notte, al buio, emozionati, a guardare all’insù, verso una finestra d’ospedale per salutare il proprio mister malato. Sinisa Mihajlovic che appare dall’alto, sagoma esile, ancora sveglio, e un filo di voce. “Questa non me l’aspettavo”. Già, proprio nessuno se l’aspettava. L’inattesa stagione del Bologna e dei bolognesi, tifosi e non, potrebbe concludersi umanamente qui. Un cerchio perfetto disegnato prima dal destino cinico e baro. Poi ritoccato con una punizione tutta forza e precisione dalla trequarti alla Mihajlovic. Infine rifinito con questa festosa e rumorosissima transumanza di Orsolini, Palacio&co.

Nessun tono zuccheroso da favoletta. Dietro a quelle finestre ogni giorno si soffre maledettamente per ricacciare lontano la morte. Solo che degli schiamazzi così spontaneamente affettuosi fanno bene all’anima e al cuore. Due i mesi, o poco più, da quando un fulmine ha spezzato una quercia a metà. “Ho la leucemia, ma la vincerò”. Gli allenamenti e il ritiro in videoconferenza dall’ospedale. La preparazione con i secondi che provano a colmare il pesante vuoto del mister. La sorpresa arriva quaranta giorni dopo. Mihajlovic si fa accompagnare allo stadio Bentegodi di Verona in auto. La prima di campionato da condottiero in panca è un obbligo. Ma davanti agli occhi c’è un uomo che sta male. E allo stesso tempo un allenatore che fa percepire una grinta con cui vorrebbe graffiare cartelloni e poltroncine.

Altri sette giorni e il mister è di nuovo in panca. Questa volta è l’esordio casalingo al Dall’Ara contro la Spal. Una cuffia al posto del cappellino indossato a Verona. Difficile scorgere un sorriso. La maschera dell’allenatore è pura sofferenza. Eppure lui c’è. Il serbo è uno che mantiene le promesse. Costi quel che costi. Ora manca l’ultimo tratto. Mancano i ragazzi. E non è tanto una questione di tre punti, di rimonte, di orgoglio sul campo da dedicare a chi non c’è. Qua è tutta una roba di pancia, di affetto, di incredibile vicinanza e amicizia. Uomini che sentono di dover star vicini ad altri uomini. Nessun ritocco al contratto, bonus per la promozione, rilanci di carriera. I giocatori scendono dal pullman e vanno a cercare nel silenzio di un cortile di ospedale il proprio mister.

Nessun Nick Hornby o David Peace si sarebbe potuto inventare una cosa simile. Passano perfino alcuni secondi di imbarazzo. Tra balcone e platea non si sa cosa dire. Rivedersi per un attimo così dopo la partita è semplicemente bello, sincero, vitale. A prescindere dagli errori sul campo, dalle lavate di capo. Avanti insieme, era lo slogan della società quando Mihajlovic ha deciso di restare a Bologna. Avanti insieme, gli fanno capire dal giardinetto in basso i calciatori. E intanto questa storia fa il giro del mondo. Insegnando a chi gioca a pallone un senso di comunità che non sembrava più esistere da mezzo secolo. In attesa che Sinisa esca da quell’ospedale un po’ come l’Aldo Moro di Bellocchio in Buongiorno, notte. Trotterellando felice tra le auto. Il bavero del cappotto tirato sul collo. La paura è finita. Si torna a giocare a calcio.

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