I porti restano chiusi. Anzi no, socchiusi: chiusi ma con umanità. Cosa vuol dire? Tradotto dal politichese, il Conte bis dà uno stop allo spettacolo sconcio messo in campo da Matteo Salvini, rinnega l’emergenza, ma di perdere consensi sul tema migranti non ci pensa neppure.

A tenere banco, insomma, sarà ancora l’emergenza e il dibattito sulla prima fase (arrivo) e non su quella successiva (stabilimento). La prima è perfetta per la guerra civile sui social, l’altra un po’ meno perché richiede uno studio più approfondito e un dibattito meno ideologico.

Anche a sinistra, purtroppo, la discussione si è incartata sulla trincea della difesa dei confini: quale politica alternativa ai (finti) porti chiusi, alle (finte) frontiere sigillate e ai (finti) rimpatri abbiamo visto fino ad ora? Quale alternativa politica al macabro show-spettacolo cattivista propongono i progressisti?

La ripartizione dei richiedenti asilo tra i paesi dell’Ue, i canali legali per arrivare in Europa e i sacrosanti salvataggi nel Mediterraneo non sono soluzioni politiche di lungo termine, ma maniere dignitose di gestire l’emergenza con i mezzi a disposizione. Molto ma poco allo stesso tempo. Lo schieramento politico alternativo alla propaganda sovranista, in questi anni, si è adagiato molto sull’azione delle ong e sul primo soccorso nei centri di accoglienza, facendo cadere in secondo piano la seconda parte della storia.

Dove andranno i migranti, dove si costruiranno un’altra vita, in cosa consisterà l’integrazione (e soprattutto se funzionerà), come cambierà il tessuto sociale dove si inseriranno e come rendere questi cambiamenti il più soft possibile? Di questo si parla poco e troppo spesso in maniera confusa. I liberali vedono i migranti come braccia lavoro, la sinistra rosso-verde mutua l’umanitarismo cattolico ma entrambe le varianti non hanno un piano solido, duraturo e a prova di sovranismo.

Eppure si tratta di una questione chiave tanto per la nicchia di illuminati che capisce il vocabolario del multiculturalismo, e ha chiara la situazione, quanto per la stragrande maggioranza, che nonostante la bulimia di scritti sulle migrazioni ancora non ha capito molto bene cosa stia accadendo. E che soprattutto non ha capito oltre l’umana pietas – per ragionare da persona comune e non da intellettuale – perché mai dovrebbe contribuire a far insediare in un paese dove i nativi faticano ad arrivare a fine mese un numero non precisato di persone provenienti da altri continenti.

Qualche tempo fa la giornalista Francesca Mannocchi, esperta di migrazioni, ha pubblicato su l’Espresso un pezzo d’opinione sul discorso della deumanizzazione dei migranti. Per riassumere in poche parole: i politici sarebbero responsabili di questo processo perché la compassione, chiamare i migranti “disperati”, porrebbe in ombra i diritti intrinseci dei richiedenti asilo.

Concetti condivisibili, almeno da chi scrive, ma concetti abbastanza autoreferenziali rivolti a una nicchia che, in larga parte, già la pensa così. D’altronde se una fetta non irrisoria di italiani ancora accetta i migranti non è perché al bar si parli di Convenzioni di Ginevra e di Montego Bay, oppure perché al mercato si discuta di non refoulement: non sono stati i convegni sulle migrazioni o i fondi su giornali letti – prevalentemente – da gente che la pensa come me o come la Mannocchi a fare la differenza. Ma proprio la dottrina sociale della chiesa e l’emotività, processo uguale e contrario alla violenza verbale di chi odia i migranti: “dimenticate i diritti, è necessario accogliere degli sventurati che fuggono in cerca di un luogo sicuro o di una vita migliore” è il messaggio. Ed è necessario accoglierli in quanto esseri umani.

La stragrande maggioranza degli italiani non vuole migranti, non vuole accoglienza e crederà a chiunque, ma proprio a chiunque, prometterà di liberarli dall’invasore e per quanto questa narrazione possa sembrare ridicola e priva di qualunque fondamento fa presa, ha fatto presa e continuerà a farne.

Possiamo disquisire sul fallimento del sistema democratico, sull’analfabetismo funzionale galoppante e su quanto sia facile raggirare i nostri connazionali – che si fidano più delle televendite che dell’Istat – ma in questo squallido bazar che ancora abbiamo il coraggio di chiamare politica alla fine della giornata sarà chi millanta di aver chiuso i porti a fare en plein e non chi spiega come – nella realtà – non siano affatto chiusi.

Per questa ragione gli intellettualismi di sinistra finiscono per alimentare un dibattito tutto interno a un circoletto di illuminati che se le racconta (e bene, per carità) ma che ha un impatto marginale sul mondo circostante.

Avere migliaia di followers sui social, fare comparsate televisive e pubblicare fondi che invocano “umanità” non sposta l’opinione pubblica di un millimetro. Se manca la politica, l’opinionismo diventa un surrogato-palliativo alla latitanza di chi dovrebbe decidere e non una sintesi tra prassi e idee che possa orientare la politica; un esercizio stilistico bello e condivisibile, ma di portata fin troppo limitata.

E le proposte politiche concrete e comprensibili a tutti, oltre l’emergenza, dove sono?

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