Ci troviamo in un pub con un gruppo di amici che ne sanno più di noi; entriamo in un beer shop per barattare una bottiglia con un invito a cena; esitiamo tra gli stand di un festival dedicato alla produzione brassicola: come facciamo a sapere, in ognuna di queste comuni occasioni, quali sono le birre che vale la pena bere, quelle che lasciano il segno mentre scorrono in gola? Come districarsi di fronte a un’offerta sempre più vasta e diversificata, mentre continuano a aprire nuovi microbirrifici e la cultura della birra lentamente si apre la strada nel panorama gustativo nazionale?

A venirci in soccorso potrebbe essere, in primo luogo, l’adagio sempre valido di chiedere quando non si sa: per evitare di ritrovarsi in mano un prodotto di scarsa qualità (la cosiddetta birra da lavandino) basta interpellare il conoscente che ha già provato per esperienza diverse etichette, oppure il publican o il gestore di negozio i quali, se mossi da passione sincera e non dall’esigenza di svuotare il magazzino o il fusto giunto verso la fine, sapranno orientare la nostra bevuta.

Diversamente possiamo tralasciare l’interazione diretta con gli esseri umani e rivolgerci alla Rete, come è uso fare al giorno d’oggi per sapere dove mangiare e dormire, cosa pensare, leggere e guardare, e aspettare che sia un algoritmo a dirci cosa ci piace. Questo è, ad esempio, il ruolo riconosciuto alle due applicazioni di rating birraio più diffuse, Beeradvocate e Ratebeer, basate democraticamente (con tutti i dubbi del caso) su voti e schede di valutazione dei bevitori di tutto il mondo.

Il problema principale di questi strumenti consiste in una certa dose di autoreferenzialità: ad essere recensite con più frequenza e con i voti più alti sono regolarmente le birre rappresentative degli stili alla moda nelle tendenze dei fan (per dire, tra le top 10 al mondo secondo la platea di Ratebeer figurano 7 imperial stout, e 9 su 10 portano il peso di oltre 10% in alcool). In aggiunta, Ratebeer è ora vista come fumo negli occhi da molti appassionati dopo la cessione dell’intera proprietà, nel febbraio di quest’anno, al colosso delle lager anonime Ab In Bev: come può il gruppo che produce la Bud Light certificare la bontà delle birre brassate con arte e originalità?

Oltre al sistema di rating e più ispirato alla geolocalizzazione della bevuta e al riconoscimento di badge, si basa il successo di Untappd, un vero e proprio social network della birra talora spinto ai suoi estremi paradossali di trasformare gli incalliti smanettoni in bevitori asociali isolati dalla vita che soffia loro intorno.

Da pochissimi giorni gli amanti della birra hanno a disposizione un nuovo strumento: nelle parole di Andrea Turco, l’ideatore di Whatabeer e fondatore del blogzine “Cronache di birra”, l’obiettivo è “promuovere la cultura birraria con un’impostazione tendenzialmente ludica” superando le dinamiche e i limiti delle altre app, al fine di valorizzare l’intera, meravigliosa gamma mondiale di scuole di produzione e stili e non solo le più quotate al momento.

Per raggiungere questo risultato Whatabeer si arroga il sacrosanto e soggettivo privilegio della scelta: dietro l’app made in Italy, presentata per la prima volta al Villaggio della Birra di Buonconvento (la tre giorni conclusasi domenica 8 settembre in provincia di Siena dove tra l’altro – app, rating o consigli a parte – si beve davvero bene) una squadra di redazione opera nell’individuazione delle categorie poste al giudizio dei votanti. All’interno di questi gruppi due etichette sono messe a confronto, e il risultato della serie continua di duelli guidati contribuisce alla graduale formazione di una classifica generale di gradimento.

È vero, d’altronde, che al di là dei meccanismi social e delle app sui portatili esistono criteri universali e generalmente codificati per identificare la bontà di una birra: la sua bevibilità, l’armonia nella combinazione dei suoi elementi e nella ricerca di un bilanciamento tra le vertigini di amaro, alcool e malti, la costanza nei livelli qualitativi, ma anche, possiamo aggiungere, la sua capacità evocativa, il legame con il territorio, la tradizione e lo stile di riferimento, il bagaglio culturale o la spinta innovativa.

In aggiunta, è affermazione condivisa dalla quasi totalità degli appassionati del settore che una birra buona è sempre artigianale, anche se sono altrettanti a credere che una birra artigianale non è giocoforza buona. Nelle maglie di questa logica si erano inseriti in modo scorretto gli sceneggiatori della fiction Rai “Tutto può succedere” andata in onda nel 2017, definendo una birra artigianale bevuta dagli attori addirittura uno “schifo”, lontana da quelle “normali”, e provocando lo sdegno e una causa civile di Unionbirrai culminata all’inizio dell’estate in una condanna di risarcimento di (appena) 3000 euro.

Ma allora, tornando all’interrogativo di inizio, chi ci può dire con esattezza quali sono le birre buone? Chi lo certifica, la voce del coro riverberata dalle app e dai social? Gli esperti e le giurie e le redazioni? Il mercato, la dinamica dei prezzi, la struttura societaria e la dimensione del birrificio, o forse la fila gonfiata dall’hype davanti ai cancelli dei birrifici nel giorno delle release di una nuova etichetta?

Beh, tutti questi elementi assieme e nessuno di essi. Una birra, in una sintesi banale ma sempre vera, è buona se ci piace. E la chiave di volta per rafforzare in Italia un settore così dinamico e vitale, fortemente espressivo, aggregante e identificativo, è che la birra piaccia. Anche partendo dalla classica birretta bionda, passando per le ammiccanti creature crafty a n luppoli, via via assaggiando e leggendo e domandando, spingendo il palato sempre più sull’amaro e i gradi e gli acidi e i fruttati, dando un’occhiata allo schermo del cellulare ma soprattutto sorseggiando e continuando una conversazione, brindando con gli amici e con gli amori.

Qualsiasi cosa riempia il bicchiere o la bottiglia, una birra è buona, per ognuno di noi, se dopo un sorso le labbra si riaprono in un Aaah di dissetata soddisfazione, per poi sciogliersi in un sorriso. È questo, in fondo, l’inebriante mistero della bontà della birra.

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