“Ho l’asma. Non fatelo, mi soffocherete“. Sono le ultime parole del giornalista saudita Jamal Khashoggi – collaboratore del Washington Post e voce critica nei confronti del principe ereditario, Mohammed bin Salman – pronunciate con un asciugamano che gli tappava la bocca, appena prima di essere ucciso all’interno del consolato del suo Paese a Istanbul il 2 ottobre 2018. A diffonderle è la testata turca Daily Sabah che ha pubblicato il testo di alcuni audio in cui sono registrate le conversazioni dei suoi assassini poco prima e durante la sua esecuzione. Gli audio erano stati richiesti dalla National Intelligence Organization turca (Mit) e condivisi con le autorità incaricate di svolgere l’indagine, nonché con funzionari e istituzioni internazionali.

“È possibile mettere il corpo in una borsa?“. “No è troppo pesante e troppo alto (..) Dopo averlo smembrato avvolgerai le parti in sacchetti di plastica, li infilerai nelle valige e li porterai fuori”. È lo scambio di indicazioni tra Maher Abdulaziz Mutreb, il numero due della squadra, e il dottor Salah Muhammed Al-Tubaigy, capo del Consiglio scientifico saudita di Forensics and Colonel, incaricato di smembrare il corpo di Khashoggi. La registrazione che parte con queste parole, pronunciate esattamente 12 minuti prima che il giornalista facesse il suo ingresso nell’edificio, fa capire che tutte le fasi della tortura e dell’omicidio erano state pianificate.

Una volta entrato, Khashoggi sembra interfacciarsi con qualcuno che conosce o che gli è familiare, ma, invitato ad andare al secondo piano, diventa sospettoso. A quel punto viene braccato e portato al piano superiore con la forza, mentre lo si sente urlare: “Lasciatemi andare! Che cosa pensate di fare?”. Una volta arrivato d fronte ai suoi carnefici si intuisce dallo scambio di battute che al giornalista è chiaro il suo destino. Gli viene chiesto se ha dei telefoni e di inviare un messaggio al figlio per assicurargli che si trova a Istanbul e di non preoccuparsi se non riesce a rintracciarlo. Poi viene soffocato con l’asciugamano e una volta morto, si sentono i rumori fatti da chi sta smembrando il corpo.

Jamal Khashoggi si era recato al consolato saudita della città turca per sbrigare alcune pratiche per l’imminente matrimonio, ma poi non ne era più uscito. A denunciarne immediatamente la scomparsa era stata proprio la sua fidanzata. Mentre Ankara ha avviato un’inchiesta sul caso, Riad ha negato qualsiasi implicazione nella vicenda. In seguito ha minimizzato l’incidente come omicidio accidentale in una scazzottata. Solo 3 settimane dopo la scomparsa del giornalista il governo dell’Arabia Saudita ha ammesso che Khashoggi era stato assassinato in modo premeditato, negando però coinvolgimenti della famiglia reale.

Nel novembre 2018 il procuratore saudita Saud al-Mojeb ha chiesto l’esecuzione di chi ha ordinato l’omicidio e di chi lo ha eseguito. 18 persone sono state arrestate e per 5 è stata chiesta la pena di morte in Arabia Saudita, mentre la Turchia ha chiesto la loro estradizione per poterle giudicare nel Paese in cui è avvenuto il reato. Il corpo di Khashoggi non è mai stato recuperato e lo scorso giugno l’Onu ha presentato un fascicolo per avviare “un’inchiesta penale internazionale senza che alcuno Stato intervenga” e indagare sul principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.

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