Jamal Khashoggi, il giornalista di origini saudite scomparso il 2 ottobre dopo essere entrato nel consolato del suo Paese, sarebbe stato ucciso all’interno dell’edificio. A dare la notizia è la Reuters che cita fonti turche. Una versione, quella dell’agenzia britannica, sostenuta anche dal Washington Post, quotidiano con cui Khashoggi collabora e che sta portando avanti una campagna per arrivare alla verità sull’improvvisa scomparsa del reporter.

Il giornale statunitense scrive che gli inquirenti turchi, che dopo la denuncia della compagna di Khashoggi hanno avviato un’indagine, sostengono che l’uomo sia stato ucciso in “un omicidio premeditato” all’interno del consolato. Reuters, che cita fonti turche, aggiunge che solo dopo l’omicidio il corpo sarebbe stato portato fuori dal consolato. Le autorità saudite, al momento, non hanno voluto commentare la notizia, dopo aver smentito nei giorni scorsi, sia con i propri funzionari che per bocca del principe ereditario degli al-Saud, Mohammad bin Salman, che l’uomo avrebbe lasciato l’edificio dopo aver sbrigato delle pratiche per il matrimonio.

Gli inquirenti ritengono che una squadra di 15 persone sia “arrivata dall’Arabia Saudita” proprio per uccidere il giornalista, scrive ancora il Washington Post citando uno degli anonimi funzionari che ha aggiunto: “È stato un omicidio premeditato”. Secondo la fonte, il corpo del giornalista 59enne sarebbe stato poi portato fuori dal consolato. Il quotidiano britannico Guardian scrive che Ankara renderà oggi pubbliche le prove raccolte che dimostrano l’assassinio di Khashoggi.

Il reporter di origini saudite si era trasferito in Turchia proprio perchè temeva per la propria incolumità. Voce critica della monarchia saudita, al giornalista era stato più volte intimato di abbassare i toni ed essere meno critico nei confronti dei reali. Nel settembre dello scorso anno, sulle colonne del Wp scriveva: “Ho lasciato la mia casa, la mia famiglia e il mio lavoro e sto facendo sentire la mia voce, altrimenti tradirei coloro che marciscono in prigione. Io posso parlare mentre tanti non possono”.

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