La gestione dei flussi migratori e la collocazione dell’Italia nel delicato equilibrio geopolitico tra gli Stati Uniti e l’Oriente. Ma anche i rapporti con la Francia. Sono principali dossier di politica estera che attendono Luigi Di Maio alla Farnesina. Che in un post su Facebook annovera “l’attenzione verso l’Africa” e “il tema delle migrazioni” tra “le linee guida su cui costruirò il mio lavoro”. Un lavoro che consisterà nel muoversi in parallelo su tre fronti, in primis quello libico.

Al mantenimento delle relazioni con il Governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez al-Sarraj, che ha nell’Italia il principale interlocutore europeo, dovrà essere affiancato (e migliorato) il rapporto con l’altro grande protagonista dello scacchiere libico, il generale della Cirenaica Khalifa Haftar. Iniziando magari con l’ottenere un rapido e duraturo cessate il fuoco che, dopo l’offensiva su Tripoli lanciata a fine luglio, ha aggravato la già drammatica situazione umanitaria nel Paese. Un tentativo, questo, che il predecessore di Di Maio, Enzo Moavero Milanesi, supportato anche dal premier ha tentato di avviare con la conferenza di Palermo del novembre 2018 che, però, non portò a più di una photo opportunity per Conte con i due nemici. Per trovare un accordo con Haftar sarà fondamentale intavolare un dialogo costruttivo con gli attori regionali che lo sostengono, in particolar modo Russia, Egitto ed Emirati Arabi. Solo arrivando a un impegno serio con questi soggetti in campo, oltre alle milizie di Misurata, acerrime nemiche dell’uomo forte della Cirenaica, si può sperare in una tregua duratura che permetterà una corretta gestione dei flussi migratori.

Il secondo campo di intervento sulla questione sarà quello di Bruxelles, dove Di Maio potrà però contare sull’aiuto del collega agli Affari Ue, Enzo Amendola (Pd), e dello stesso Conte che opererà in sede di Consiglio europeo per la riforma del Trattato di Dublino. E’ questo il nodo da sciogliere a livello Ue, come indicato anche nel discorso con cui sia la presidente della Commissione Ursula von der Leyen che il presidente del Parlamento David Sassoli si sono presentati a Bruxelles. L’interesse dell’Italia sarà quello di portare su posizioni riformatrici i governi più restii a una riforma degli accordi.

Gli incontri bilaterali saranno fondamentali anche con i Paesi di provenienza dei migranti, in particolar modo quelli africani. Un aspetto sul quale, nonostante le promesse di rimpatri fatte, l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini ha ottenuto risultati nulli, visto che gli accordi con i Paesi di origine stipulati dall’esecutivo si fermano a uno, quello con il Ghana, che tra l’altro è rappresentato da appena lo 0,47% dei migranti presenti sul territorio italiano. A livello europeo, poi, sarà importante prevedere nuovi e massicci investimenti per cooperazione e sviluppo nei Paesi africani: “Il Governo – scrive il neoministro su Facebook – si impegna, inoltre, a rafforzare, anche all’interno dell’Unione europea, una politica di investimenti mirata al Continente africano, secondo un modello di partenariato tra pari”.

L’altra grande questione che terrà occupati gli uffici politici della Farnesina è sarà quella di ridare all’Italia le certezze venute a mancare nell’ultimo anno circa la sua collocazione nel delicato equilibrio geopolitico tra gli Stati Uniti e l’Oriente. A leggere il programma definitivo del governo, i tempi dell’ambiguità gialloverde sarebbero un ricordo: l’esecutivo, si legge, si impegna a promuovere “un nuovo equilibrio globale basato sulla cooperazione e la pace (…) nel quadro di un “multilateralismo efficace”, basato sul pilastro dell’alleanza euroatlantica“.

Espressione, quest’ultima, che segna la conferma della tradizionale linea filo-Usa messa parzialmente in discussione dalle aperture verso est inanellate dal precedente esecutivo: dall’appassionata ammirazione coltivata ed esibita da Salvini per la Russia di Vladimir Putin (senza contare i rapporti personali del segretario della Lega e dei suoi uomini con ambienti moscoviti di varia natura) alla firma apposta da Giuseppe Conte sul memorandum della Via della Seta, che da un lato ha avvicinato Roma all’orbita di Pechino nel campo degli investimenti infrastrutturali e dall’altro ha infastidito, e non poco, Washington. Quanto sopra, riporta ancora il punto 13 del programma M5s-Pd-Leu, avverrà “con riferimento all’opera delle Nazioni Unite, e sul pilastro dell’integrazione europea“. Altro elemento di chiarezza rispetto a un passato recente in cui il vicepremier leghista non perdeva occasione per mettere in discussione la funzione dell’Onu che lo criticava per le sue politiche sull’immigrazione e per solleticare lo stomaco del proprio elettorato additando Bruxelles quale origine di buona parte dei mali del Paese (oltre ai migranti).

Come ogni ministro degli Esteri Di Maio sarà chiamato, poi, a coltivare rapporti personali efficaci con i colleghi degli altri Stati, in primis quelli europei. E a porre rimedio, in questo contesto, alle frizioni registrate nell’ultimo anno con alcuni di loro, la Francia in primis. Il nuovo capo della diplomazia dovrà lavorare per far dimenticare episodi che oltralpe sono stati interpretati come veri e propri sgarbi: dallo strappo consumato con le frasi sul colonialismo francese e l’epiteto di “sfruttatore d’Africa” affibbiato a Macron all’incontro avuto a febbraio in territorio francese con i capi di quei gilet gialli che per settimane hanno messo a ferro e fuoco Parigi, messo in pericolo il governo e costretto il presidente a rivedere parte delle sue politiche economiche. Dopo mesi vissuti sul filo della tensione con il vicino d’oltralpe (culminato con il richiamo con l’ambasciatore a Roma del 7 febbraio) puntare a un miglioramento dei rapporti consentirà l’Italia di aumentare le proprie chanche di avere un alleato in più in un contesto che vede Angela Merkel avviata sul viale del tramonto ed Emmanuel Macron che si adopera fin dal suo approdo all’Eliseo per raccoglierne l’eredità alla guida del continente.

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