La prima parola d’ordine è “reciprocità“. La seconda è “fronte unito“. La reciprocità è quella che Bruxelles gradirebbe ci fosse tra l’Europa e la Cina sul fronte degli investimenti. Il fronte unito è il modo in cui le stesse istituzioni comunitarie vorrebbero che gli Stati dell’Unione affrontassero il gigante asiatico. Un obiettivo che, è il timore che aleggia nei corridoi della capitale belga e tra le cancellerie, l’apertura di Roma sulla Nuova Via della Seta e la firma del Memorandum con Pechino rischiano di allontanare. Anche se, secondo il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, “è l’Europa che sta costringendo l’Italia ad accettare il denaro cinese” perché “non mette in campo fondi per crescere“. Quindi “un paese che è in stagnazione, recessione, depressione che deve fare?”.

Intervistato da Huffpost, Stiglitz auspica che “l’Europa e in modo particolare la Germania si sveglino e si rendano conto che hanno davanti una questione esistenziale per l’Eurozona e per l’Ue”, perché “un’Italexit scuoterebbe l’Ue alle fondamenta”. Ma avverte anche che “l’Italia deve stare con gli occhi aperti, individuare i rischi di una trattativa coi cinesi. Alle spalle abbiamo già degli esempi drammatici: lo Sri Lanka e la Malaysia, dove l’aiuto cinese diede luogo a fenomeni di profonda corruzione. Ecco, speriamo che l’Italia abbia imparato da queste lezioni e concordi per bene con Pechino i termini di tutto l’accordo. Roma deve trattare con attenzione”.

La questione Cina viene affrontata in queste ore dal Consiglio europeo riunito nella capitale belga. A tenere banco giovedì è stata la questione Brexit, ma oggi si parla di investimenti. Con Pechino “vogliamo una relazione sulla base sulla reciprocità e accesso reciproco ai mercati“, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel al termine dei lavori del summit. Durante il quale il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha parlato della bozza di dichiarazione congiunta Ue-Cina in fase di negoziato per il vertice del 9 aprile, in cui si legge che Bruxelles e Pechino prevedono di accelerare sull’Accordo per gli Investimenti e “chiuderlo nel 2020” grazie alla creazione di un nuovo “meccanismo di monitoraggio politico per un continuo esame dei progressi nei negoziati”, in modo che i leader possano fare il punto “entro fine anno“.

In tema di investimenti tra gli Stati Ue e la Cina la reciprocità è scarsa: alcuni dei primi lamentano che le loro aziende non sono trattate bene al di là della Muraglia e per riequilibrare l’asimmetria da anni la Commissione spinge perché l’Unione si doti di uno strumento per affrontare il Dragone con una posizione unitaria. “Per salvaguardare il suo interesse nei confronti della stabilità, dello sviluppo economico sostenibile e della buona governance nei paesi partner – si legge in uno dei 10 punti in discussione sul tavolo dei 27 – l’Ue applicherà in modo più rigoroso gli accordi e gli strumenti finanziari bilaterali esistenti e collaborerà con la Cina per seguire gli stessi principi nell’attuare la strategia dell’Ue in materia di connessione tra l’Europa e l’Asia”. Ma soprattutto “per promuovere la reciprocità e ampliare le opportunità di appalto in Cina, il Parlamento europeo e il Consiglio dovrebbero adottare lo Strumento per gli appalti internazionali (Ipi) entro la fine del 2019″.

Palazzo di Berlaymont ci prova dal 2012, con un testo rivisto e riproposto nel 2016 ma che langue da allora nei cassetti del Consiglio, bloccato da un gioco di veti incrociati. La Commissione chiede che sia approvato entro l’anno considerandolo “un modo per aprire il mercato globale alle imprese europee”, ma quello che manca è una posizione unitaria: a favore, spiegano fonti Ue, sono Francia e Germania, mentre finora sono stati contrari i Paesi tradizionalmente liberisti del nord, dalla Svezia alla Danimarca, con Olanda e Gran Bretagna (che tra qualche settimana, tuttavia, dovrebbe togliere il disturbo).

In che modo lo strumento per gli appalti internazionali potrebbe permettere agli Stati Ue di affrontare i mercati globali su un unico fronte? In caso di pratiche restrittive di un Paese terzo nei confronti di imprese europee, l’Ipi prevede l’apertura di un’indagine da parte della Commissione, poi l’apertura di un dialogo con il Paese coinvolto per trovare rimedi. Solo come ultima spiaggia, in caso di mancato accordo, Bruxelles applicherebbe a sua volta misure restrittive nei confronti delle imprese, beni e servizi di questo Paese terzo, ma con voto finale degli Stati membri che avrebbero quindi l’ultima parola.

Ecco perché l’approccio italiano con la Cina oltre le Alpi non piace. E non solo ai francesi. Emmanuel Macron ha affrontato il tema nel bilaterale con Giuseppe Conte a margine del Consiglio Ue, sottolineando la necessità di un “coordinamento europeo“, agendo come europei se ci si vuole muovere come potenza perché “lavorare come piccoli club con la Cina non è un buon approccio”. “La Cina è un rivale sistemico”, ma anche “un partner economico” dell’Unione europea, ha sottolineato, e “il tempo della ingenuità europea è finito, ancora non c’è un completo allineamento dei nostri interessi, ma c’è una condivisione strategica”. Il quotidiano londinese Financial Times in un editoriale pubblicato alla vigilia dell’incontro al Quirinale tra Sergio Mattarella e Xi Jinping in cui si è parlato di “profonda amicizia” tra i due popoli scrive che l’intesa con Roma “solleva questioni circa la capacità europea di formare una posizione unitaria nei confronti della Cina”.