Martedì scorso (sembra un’epoca fa, almeno politicamente) quando il Senato ha approvato in via definitiva il ddl sullo Sport, tutti si sono concentrati sul suo contenuto (noto per altro da tempo e invariato, visto che il governo ha respinto tutte le proposte di modifica), le proteste del Coni di Giovanni Malagò, la lettera del Cio che minacciava addirittura la sospensione dell’Italia.

Facendo così scivolare in secondo piano un dettaglio che col senno di poi si sarebbe rivelato decisivo? Perché portare in aula il testo con un percorso a marce forzate, saltando la Commissione, con evidente forzatura parlamentare (una delega sterminata e molto vaga nei principi che non viene nemmeno discussa interamente in entrambe le Camere)? Lo stesso senatore Claudio Barbaro, relatore del provvedimento, pochi giorni prima in Consiglio nazionale del Coni aveva ipotizzato lo slittamento del voto a settembre, alla riapertura del parlamento. In sintesi: perché tutta questa fretta? Adesso lo abbiamo capito.

A chi poneva questa domanda, la risposta ufficiale da Palazzo Chigi era: “Per mettersi subito a lavoro sui decreti attuativi”. Poco credibile: ad agosto gli uffici sono chiusi, non sarebbe cambiato troppo con poche settimane di differenza. C’era dell’altro. Facile pensare allora alla situazione di instabilità politica: a settembre avrebbe potuto non esserci più il sottosegretario Giorgetti (viste le nuove voci di un incarico in Europa) oppure avrebbe potuto non ritrovare la stessa copertura che aveva adesso. Le cose erano in stadio molto più avanzato di quanto potessimo immaginare.

Forse non è un caso che il ddl sullo Sport sia stato l’ultimo provvedimento approvato dal Parlamento prima della crisi. Dentro c’è tutto e niente (nove deleghe sulle materie più disparate, ancora tutte da scrivere: dalla nuova contrattualistica per i lavoratori sullo sport all’azionariato popolare nel pallone, dal casco obbligatorio sugli sci ai centri scolastici), ma c’è soprattutto la riforma del Coni: già concretizzata dall’ultima manovra che ha tolto soldi e potere al Comitato di Malagò a favore della nuova società governativa Sport e salute, ma ancora da codificare. Da “mettere a terra”, come ripetono ormai da mesi tra Palazzo Chigi e Foro Italico: serve un decreto che costruisca il nuovo quadro normativo per Coni e Sport e Salute. Anche a questo serve il ddl sullo sport. Evidentemente chi l’ha voluto sapeva già che il giorno dopo, figuriamoci a settembre, il governo non ci sarebbe stato più. Bisognava fare in fretta, bisognava fare subito.

Se il ddl non fosse stato approvato, la riforma del Coni sarebbe rimasta “monca”: si sarebbe creato un vuoto normativo per svariati mesi, almeno sei, che Malagò avrebbe potuto sfruttare per organizzare la sua resistenza (che sotto alcuni punti specifici può anche essere giustificata). Adesso invece con o senza governo il cambiamento continua, almeno in teoria: la scadenza per l’emanazione dei decreti è comunque fissata all’estate 2020, poi che vengano pubblicati o meno si vedrà. Anche così una questione si pone lo stesso. Se il piano della Lega funzionerà (elezioni subito per capitalizzare il consenso e varare un nuovo esecutivo da sola), in teoria il sottosegretario Giorgetti dovrebbe ritornare a Palazzo Chigi, magari ancora con la delega allo sport in mano, ancora più forte, senza nemmeno la controparte dell’altro sottosegretario Simone Valente del Movimento 5 stelle (che nel cda di Sport e Salute ha espresso un solo consigliere: ora rischia di rimanere “orfano”).

Ci sarà però comunque una fase di transizione, da capire quanto lunga, in cui inevitabilmente il numero uno di Sport e Salute, Rocco Sabelli, non avrà alle spalle un governo, proprio nel delicato momento in cui c’è da scrivere il contratto di servizio col Coni. Senza dimenticare la lettera del Cio e la minaccia di una sospensione dell’Italia: ora chi ci va all’incontro chiarificatore a Losanna? Tutte domande a cui servirà trovare una risposta. Una crisi di governo ha conseguenze su tutto. Anche sullo sport.

Twitter: @lVendemiale

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