“È stato violato il principio della buona fede internazionale da parte dello Stato italiano” che alla Spagna aveva promesso di non condannare all’ergastolo l’ex latitante Domenico Paviglianiti. Il boss adesso torna libero dopo 23 anni di carcere duro. Lo ha stabilito il gip di Bologna che dalla Cassazione nel 2018 si è visto affidare il fascicolo sull’esponente di spicco della ‘ndrangheta di San Lorenzo, in provincia di Reggio Calabria. La notizia è apparsa oggi sulle colonne del Corriere della Sera che riporta alcuni stralci delle motivazioni del giudice secondo cui le modalità detentive dopo l’applicazione dell’ergastolo hanno “certamente frustrato le aspettative della Spagna nel momento in cui accordava l’estradizione”. Catturato nel 1996 per essere poi estradato nel 1999, Paviglianiti è arrivato in Italia con la garanzia fornita a Madrid che non gli sarebbe stato il carcere a vita nonostante il boss fosse accusato di diversi omicidi. Questo perché all’epoca la Spagna non prevedeva l’ergastolo che poi è stato introdotto nel 2015.

Conclusi i processi nei suoi confronti, nel luglio 2012 la Procura generale di Reggio Calabria gli ha applicato l’ergastolo previsto per gli imputati cui vengono inflitte più di due condanne superiori a 24 anni. In nove processi, infatti, Paviglianiti, è stato condannato quattro volte 30 anni di carcere. Applicato il timbro “fine pena mai” sul suo cartellino detentivo, i suoi avvocati Mirna Raschi e Marina Silvia Mori hanno iniziato una battaglia legale perché i patti con la Spagna non sono stati rispetti. Un cavillo giudiziario che ha dato ragione ai due difensori che, adesso, ha spalancato le porte al boss, dopo 23 anni di carcere, tutti al 41 bis, durante i quali ha avuto la possibilità di uscire solo due ore, scortato da un elicottero, per la morte della madre. In realtà – sommati gli anni delle pene inflitte – ne avrebbe dovuti scontare in ipotesi 168.

Trasformato quindi l’ergastolo in 30 anni di carcere, tra liberazione anticipata e indulto oggi Mico Paviglianiti ha finito di scontare la sua pena e il giudice ha ordinato “l’immediata scarcerazione”.

Il boss, detenuto prima ad Ascoli Piceno e poi a Novara, era stato coinvolto nelle operazioni “Olimpia”, “Valanidi” e “Barracuda”. Le tre inchieste, che tra gli anni novanta e l’inizio del 2000, hanno fatto la storia delle cosche mafiose del reggino e hanno ricostruito le varie fasi della guerra di mafia, tra la cosca De Stefano (di cui avrebbe fatto parte Paviglianiti) e i condelliani, che ha gettato nel baratro Reggio Calabria con quasi mille morti ammazzati dal 1985 al 1991. Erano gli anni in cui Paviglianiti girava con la macchina blindata per paura di cadere sotto i colpi della cosca rivale. Rimediata la condanna per associazione mafiosa, nel 2009 Domenico Paviglianiti è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio dei Antonio Pontari e per un triplice tentato omicidio.

A puntare il dito contro il boss di San Lorenzo, sono stati molti pentiti tra cui Emilio Di Giovine, Antonio Imbalzano, Giovanni Riggio, Giacomo Lauro, Filippo Barreca e Antonino Cuzzola. Proprio quest’ultimo nel febbraio 2015, ha fatto il nome di Paviglianiti al procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo. I suoi verbali sono finiti nel fascicolo del processo “‘Ndrangheta stragista” sui rapporti tra siciliani e calabresi nel periodo delle stragi. Cuzzola ai pm ha raccontato le confidenze ricevute dal boss di San Lorenzo di ritorno, nel 1990, da Archi, quartier generale della cosca Tegano federata con i De Stefano. “Mi disse – sono le parole di Cuzzola – che era andato a Reggio per salutare i Tegano. Disse che rilevò, nella casa, in questione, che c’erano tre dei Santapaola di Catania, tre di Cosa Nostra di Palermo, gente di Riina, e tutti i Tegano a discutere. Questo per dire come erano stretti i rapporti all’epoca fra Cosa Nostra e ‘ndrangheta”.

Buona parte della sua carriera criminale, Mimmo Paviglianiti la trascorse a Milano nelle file della cosca Trovato-Flachi, legata ai destefaniani. Il suo core-business era il traffico di droga e il traffico di armi dalla Svizzera. “Armi ne abbiamo avute diverse. – aveva fatto mettere a verbale il collaboratore di giustizia Giovanni Riggio – Praticamente arrivavano tutte da Domenico Paviglianiti da Cuzzola… Gli ultimi tempi erano arrivati i bazooka… erano arrivate le granate tipo ananas”.

Nel 1991 fu coinvolto nell’omicidio di Roberto Cutolo, il figlio del capo della camorra Raffaele Cutolo . Un omicidio decretato a Milano, nel privé di un hotel dove i i vertici di Cosa Nostra, ’ndrangheta, Sacra corona unita e camorra si riunirono in quello che il pentito Nino Fiume definisce il “Consorzio” costituito nel 1986-87 e del quale facevano parte i boss “Franco Coco Trovato e Antonio Papalia”, elementi di spicco dell’organizzazione in Lombardia. Una sorta di “superstruttura criminale” che “serviva a coordinare tutte le attività illecite che si svolgevano nel territorio nazionale”.

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