La nostra frontiera con il Ruanda è stata riaperta“. Così la Repubblica democratica del Congo ha annunciato la riapertura dei confini dopo la decisione dello Stato limitrofo di chiudere l’accesso per il timore della diffusione del virus dell’ebola. L’annuncio della chiusura, dato da un funzionario ruandese dopo il terzo contagio avvenuto a Goma, città commerciale al confine fra i due Stati, luogo di lavoro di molti cittadini, era arrivato questa mattina, a un anno esatto dall’inizio dell’epidemia. “Per decisione unilaterale delle autorità del Ruanda, i cittadini ruandesi non possono partire per Goma, mentre i congolesi possono lasciare la città ruandese di confine di Gisenyi ma è vietato entrarvi. Questa decisione pregiudica i congolesi ed espatriati che vivono a Gisenyi ma lavorano a Goma”, aveva commentato la presidenza congolese.

Dopo l’arrivo dell’epidemia nelle zone di confine del Paese, l’Organizzazione mondiale della sanità lo scorso 19 luglio ha dichiarato lo stato di “emergenza internazionale di salute pubblica”. Secondo Medici senza frontiere, quindi, le azioni mirate in Congo non sono più sufficienti, ma “servono vaccinazioni di massa”. Al momento sono tre i casi accertati a Goma, il secondo, un uomo di 40 anni arrivato dalla provincia di Ituri a 350 chilometri di distanza, è morto il 31 luglio. La prima vittima, invece, era stata registrata il 15 luglio scorso. Un contagio che aveva preoccupato le autorità, vista la posizione strategica della città, densamente popolata e crocevia con il Ruanda, nonché sede di un aeroporto internazionale.

Dall’inizio dell’epidemia, il primo agosto 2018, sono stati registrati quasi 2700 casi, con 1803 morti, ha ricordato durante la conferenza stampa per fare il punto a un anno dalla crisi Matshidiso Moeti, direttore dell’ufficio africano dell’Oms. “Dal primo caso 175mila persone in Congo e 10mila nei paesi vicini sono state vaccinate – ha sottolineato – Sono stati creati quattordici centri di trattamento e più di 140mila contatti sono stati identificati e monitorati. Inoltre 77 milioni di persone hanno avuto uno screening per ebola in centinaia di punti sul confine”.

L’allarme secondo l’Unicef riguarda soprattutto i bambini. Settecento i piccoli contagiati, più della metà dei quali (57%) sotto i 5 anni. “Una percentuale così alta di bambini colpiti durante un’epidemia di ebola è senza precedenti”, ha affermato Jerome Pfaffmann, senior health specialist dell’Unicef durante il press briefing del 30 luglio al Palazzo delle Nazioni a Ginevra. “Il giorno in cui ho lasciato la Repubblica democratica del Congo – ha aggiunto – sono stati segnalati altri 12 nuovi casi confermati. Cinque erano vivi e hanno potuto accedere alle cure, ma 7 sono morti nella comunità. Così non va bene. Avere questo numero di morti nelle comunità significa che non siamo più avanti rispetto all’epidemia”. Centosettanta i milioni di dollari che il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia prevede di impiegare per la crisi: 70 milioni per l’attività di controllo delle epidemie, 30 milioni di dollari per costruire le capacità delle comunità nelle aree a rischio, e altri 70 milioni di dollari per portare servizi essenziali.

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