L’epidemia di ebola nell’est della Repubblica Democratica del Congo è stata dichiarata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) una “emergenza di salute pubblica di interesse internazionale”. A ormai un anno dall’inizio dell’ultima ondata di contagi nel Paese, il 1 agosto 2018, l’epidemia è lontana dall’essere sotto controllo. I due recenti episodi registrati oltre la frontiera con l’Uganda e, pochi giorni fa, a Goma, città di oltre un milione di abitanti con aeroporto internazionale, hanno portato la massima istituzione mondiale sanitaria a lanciare l’allarme.

“È tempo che il mondo prenda atto dell’emergenza e raddoppi gli sforzi” ha dichiarato il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, lamentando i ritardi nei finanziamenti, che hanno finora ostacolato una risposta alla pandemia. Ghebreyesus ha pubblicamente elogiato il governo congolese, che sta facendo tutto il possibile fornendo “la massima collaborazione ed una trasparenza senza precedenti, con aggiornamenti quotidiani all’Oms”.

Per fare il punto della situazione, ilfattoquotidiano.it ha interpellato il vicepresidente di Msf Italia, il dott. Ruggero Giuliani, medico infettivologo che nel 2014 ha lavorato a Monrovia, in Liberia, durante la precedente pandemia in Africa occidentale: “Siamo di fronte a un’epidemia fuori controllo – ha detto – Più passa il tempo, più la situazione si complica. Stavolta l’Oms si è attivata prima, per evitare gli errori del 2014”. Il medico spiega però che le difficoltà degli operatori sul campo sono ancora notevoli: “Gli interventi classici qui sono difficili da mettere in campo. Il contagio si ferma isolando il più in fretta possibile i pazienti e seguendo i loro contatti. Se i malati vengono curati a casa, diventano un amplificatore del virus. Se invece vengono portati subito al centro di cura, si evita la trasmissione.” 

A influire sul mancato successo dell’intervento per frenare l’espandersi dell’epidemia, però, sono stati anche fattori che esulano dall’ambito medico: “I centri sono visti come ostili, in più c’è l’instabilità causata dai gruppi armati. E poi c’è il discorso politico legato alle elezioni: nelle zone colpite (tradizionalmente antigovernative) il voto era stato rinviato sine die, ufficialmente per evitare contagi. I nostri centri nella zona rossa sono stati dati alle fiamme, noi di Msf abbiamo dovuto ritirarci dall’area, ma continuiamo a lavorare nella provincia dell’Ituri e a Goma. Anche tracciare i contatti è complicato a causa dell’alta mobilità della popolazione e della difficoltà di accesso ad alcune zone per l’insicurezza. E così, i contatti si perdono”.

Se fino ad oggi, però, si è agito in maniera chirurgica, intervenendo solo nel caso di contagi accertati, il medico italiano auspica un’azione di più ampio respiro: “Noi di Msf chiediamo un cambio di strategia nella ring vax che consiste nel vaccinare i contatti di un malato e i contatti dei contatti. Non è efficace, in questo contesto. Bisogna provare con vaccinazioni di massa, almeno nelle aree più colpite. Sono 150mila i vaccinati fino ad ora, uno sforzo importante. Ma non basta. Si devono mettere al centro il paziente e le comunità, le misure restrittive come la chiusura di strade e frontiere ottengono l’effetto contrario. E poi è fondamentale informare la gente, perché l’accettazione delle cure passa attraverso la comprensione della malattia”.

E mentre a Ginevra si dichiarava l’allerta globale, dall’Uganda arrivava la conferma di un secondo caso, a un mese di distanza dal primo contagio oltre frontiera: anche in questo caso – come conferma un comunicato congiunto di Oms e Ministero della Salute ugandese – si tratta di una donna congolese che aveva varcato la frontiera l’11 luglio. Rientrata il giorno seguente a Beni, le era stata diagnosticata ebola: subito ricoverata, è morta il 15 luglio. La donna non era passata dal posto di blocco frontaliero, dove è attivo il controllo della temperatura e sarebbe stata identificata. Ad oggi, precisa il comunicato, non risulta che alcun ugandese abbia contratto ebola, ma in via preventiva si stanno vaccinando le persone che sono venute in contatto con la paziente e si sono intensificate le misure di prevenzione.

I timori si sono diffusi anche nel confinante Rwanda (di cui Goma è città frontaliera), amplificati da un piccolo giallo: nella giornata di ieri, su una delle pagine ufficiali dell’Oms sono comparsi due report – scrive Reuters – , secondo i quali la donna, prima di morire, potrebbe essersi recata a Goma e aver varcato anche il confine con il Rwanda. Un documento affermava inoltre che gli operatori sanitari stanno faticando a rintracciare le persone con le quali la donna è venuta in contatto e che molti rifiutano di cooperare. I report sarebbero stati pubblicati senza l’autorizzazione del quartier generale di Ginevra che si è affrettato a farli rimuovere e a chiudere il sito precisando: “I due situation reports erroneamente includevano informazioni non verificate”.

Un italiano attualmente a Goma, raggiunto da ilfattoquotidiano.it, descrive una situazione contraddittoria: “La vita continua come sempre, senza particolari precauzioni, ma c’è preoccupazione. Al porto, all’aeroporto e alla dogana invece ci sono molti controlli, viene presa la temperatura e chi ha la febbre viene subito isolato per 21 giorni”. E spiega: “Intorno a ebola ci sono tante, troppe storie, fin dai tempi della campagna elettorale, quando a Goma (senza che ci fosse mai stato un caso sospetto) la gente era stata spaventata, c’era cloro agli ingressi delle chiese, dei mercati, dei negozi, ci si lavava sempre le mani. Poi la popolazione ha dedotto che fosse una truffa in vista delle elezioni. Ora, col nuovo caso, è tornata la paura. In molti chiedono il vaccino e non capiscono perché solo alcuni vi abbiano accesso. La gente è arrabbiata”.

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