È stata acquisita agli atti del processo milanese Eni Nigeria la videoregistrazione – risalente al 28 luglio 2014 – in cui l’ex manager Vincenzo Armanna, imputato nel giudizio e grande accusatore dei principali coimputati tra cui l’attuale ad del gruppo Claudio Descalzi, dice ai suoi interlocutori che si adopererà perché “arrivi un avviso di garanzia” ad alcuni suoi ex colleghi “perché sono coinvolti sulla 245”. Cuore del processo la ipotizzata tangente da 1,3 miliardi di dollari che sarebbe stata versata da Eni e Shell a politici nigeriani per l’acquisto nel 2011 dei diritti di sfruttamento del giacimento petrolifero Opl 245. L’accusa per i 13 rinviati a giudizio, tra cui le società in base alla legge 231, è corruzione internazionale.

Tutti gli avvocati della difesa hanno rinunciato a fare domande riservandosi la possibilità di farle all’esito dell’esame dell’accusa. Il pm Sergio Spadaro ha chiesto quindi all’imputato di spiegare chi erano le persone presenti all’incontro. Tra loro anche Piero Amara, l’ex avvocato esterno del gruppo petrolifero Piero Amara, arrestato e indagato dalle Procure di Roma, Messina e Milano. Armanna ha spiegato che quello era l’ultimo e non il primo di una serie di incontri per trattare un affare “con partner nigeriani per blocchi da 900 milioni di euro” e che in quel momento lavorava per un fondo saudita. Presenti a suo dire anche “Andrea Peruzy e Paolo Quinto”, il primo “segretario della Fondazione Italanianieuropei”, il secondo “consigliere di Anna Finocchiaro”.

L’imputato ha spiegato in aula che Amara fu indicato “come canale preferenziale ma non in veste ufficiale” per Eni e ha voluto sottolineare di aver commesso “un errore a posizionare” la prima data in cui aveva collocato il primo incontro con Amara indicato precedentemente nell’autunno. Armanna, rispondendo a una domanda del pm, ha raccontato che si rese conto alla fine dell’incontro di essere stato ripreso: “Capii di essere stato registrato all’uscita dell’incontro e feci una sfuriata… Mi avevano teso una trappola. Ebbi una reazione violenta”.

Nelle scorse udienze Armanna ha parlato dei presunti tentativi da parte di Amara e di Claudio Granata, top manager del gruppo petrolifero, di convincerlo a ritrattare dopo aveva reso interrogatori all’aggiunto Fabio De Pasquale e al pm Sergio Spadaro. In sostanza ha confermato quanto raccontato dallo stesso Amara in una memoria agli atti dell’indagine milanese sul cosiddetto finto complotto e nella quale è stato messo nero su bianco quello che è stato battezzato come “il patto della Rinascente”. . A Milano, Amara è accusato di essere il regista del “complotto” organizzato facendo sponda tra le Procure di Trani e di Siracusa, per depistare le indagini milanesi sulle presunte mazzette che Eni avrebbe pagato in Nigeria e in Algeria. In una memoria l’ex legale ha raccontato di un paio di incontri avvenuti nei pressi di piazza del Duomo a Milano per salvare l’amministratore delegato dalla accuse cercando di gestire Armanna a cui in passato era, a suo dire, offerta una riassunzione che poi non era arrivata. Ma la stessa Eni la scorsa settimana ha denunciato il ex legale esterno – cui sono stati chiesti 30 milioni di euro – ed altre persone. La prossima udienza è stata fissata all’11 settembre quando dovrebbero essere sentiti i primi testimoni della difesa. In apertura dell’udienza è stato rispettato un minuti di silenzio per la morte dell’avvocato Carlo Federico Grosso.

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