Come dubitarne: tutti noi vorremmo un mondo più sano, meno inquinato e devastato e tecnologicamente violento, più ricco di gioie tranquille e meno avaro di futuro di quello che ci tocca. Ma poi, se qualcuno ci fa notare che per averlo dovremmo mangiare meno bistecche e culatello, spendere di più per la verdura e la frutta coltivata senza pesticidi, dismettere l’aria condizionata, far muovere le gambe invece del freno e dell’acceleratore, buttare in discarica qualche telefonino in meno, rinunciare a qualche vacanza in più… oh oh… beh sì, però, magari sarà per un’altra volta, pensateci voi, suvvia: con tutte le brave persone e gli ecologisti che ci sono in circolazione che bisogno c’è che mi ci metta anch’io.

Insomma, armiamoci e partite. Anzi: partite e lasciateci fare: lasciateci estrarre, picconare, imprigionare, produrre, commercializzare, trasportare su 24 ruote di qua e di là per il mondo, vendere, vendere, vendere… Vendere la pubblicità dell’acqua che ci rende immortali, della pillolina che ci libera dalla dissenteria e dal mal di schiena, dell’assorbente invisibile, del letto dove riposano gli dei e costa quasi niente, della quattroruote che ci immette per tot euro al mese nel paese delle Meraviglie, dell’assicurazione contro tutti i mali che ci possono colpire (e non sono mica pochi), del telefonino che neanche Robert Capa faceva foto così belle.

Ecco, in questo mondo di plastica accessoriata, dove ogni cosa che gioverebbe all’ambiente sembra procurarci insopportabile noia e fatica, la vicenda dell’orso M49, catturato-imprigionato e ora di nuovo sulla Most Wanted Fugitives list d’Italia mi costringe a un interrogativo che vi giro: ma chi – e perché – ha deciso che bisognava ripopolare di orsi (e di lupi) i nostri boschi?

Trovatelo quel nome, ditemi chi è stato, cosicché guardandolo in faccia chissà non si capisca se era solo uno sprovveduto, un illuso privo di buonsenso e immaginazione, incapace di prevedere alcunché e trovantesi lì per sbaglio, o se era invece un dritto, un duro, un infallibile decisore con cinque milioni di peli sullo stomaco e la calcolatrice pronta a entrare in azione per mettere a fuoco quanto gli sarebbe venuto (a lui e al suo partito) dei milionari investimenti previsti a Bruxelles per questa demenziale operazione “naturale” che oggi ci procura così tanto dolore. Che ci rimanda immagini di noi stessi così poco lusinghiere.

Non siamo più primitivi armati di clave e frecce per sfamarci. La tecnica ci rende potenti, potentemente pericolosi a noi e agli altri. E in verità, nessuno di noi (noi intesi come umanità del mondo industrializzato fondato sulla merce) è in grado di gestire con giustizia, saggezza e lungimiranza la convivenza con gli animali: siano essi domestici, o cosiddetti da reddito, o selvatici.

“Lontano dalla natura universale, e vivendo secondo complicati artifici, l’uomo civilizzato osserva le creature attraverso la lente della propria conoscenza e pertanto l’intera immagine che ne risulta è enormemente deformata. Noi trattiamo gli animali con condiscendenza, come se fossero creature incomplete alle quali un tragico destino abbia imposto delle forme molto inferiori alle nostre. E’ lì il nostro errore, il nostro grave errore. Perché non si devono misurare gli animali con il metro dell’uomo. Sono creature complete e finite, dotate di un’estensione dei sensi che noi abbiamo perso o mai posseduto, e che agiscono in ottemperanza a voci che noi non udiremo mai. Non sono per noi dei fratelli inferiori, non sono degli schiavi. Sono altre nazioni. Appartengono ad altri gruppi di viventi, presi, insieme a noi, nella rete della vita e del tempo. Sono nostri compagni di prigionia nello splendore e nel travaglio di questa terra” (Henry Beston, The Outermost House/La casa estrema).

In fondo, il naturalista americano Beston afferma una cosa semplice: noi non siamo capaci di amare gli animali e i loro cuccioli perché non amiamo neppure noi stessi e i nostri bambini. Quei nostri “compagni di prigionia nello splendore e nel travaglio di questa terra” la maggior parte di noi non li sente e non li vede se non distrattamente, sotto forma di merce o di attrazione esotica per videoclip da caricare su Instagram. Non sappiamo che farcene. E per molti, forse troppi, è davvero difficile capire che se al culmine di una qualsiasi operazione Ursus uccidiamo l’orso M49 non uccidiamo un numero, bensì una parte di noi stessi e della nostra anima. Che vuoi che sia: è solo un orso, un animale. Ma proviamo a capovolgere questa credenza, e vedere dove porta.

C’è chi ritiene che gli “animalisti”, per esempio quelli scesi in campo in questi giorni per l’orso M49 così come per l’orsa Daniza nel 2014 e per l’orsa Kj2 nel 2017, siano esseri a una dimensione, sprovvisti di carità e di interesse per il genere umano. Che grande sciocchezza, che pre-giudizio. Ad ascoltarli con la voglia di capire potremmo scoprire che è vero il contrario: che da ogni punto di vista li si guardi, gli obiettivi per i quali essi si battono – e per i quali ci invitano a batterci insieme con loro – sono più vasti, più ricchi di rispetto e di giustizia, più carichi di futuro per ogni creatura vivente – uomini e animali – di quello in cui ci sprofondano le cronache di questi giorni, in questo scorcio di tempo in cui manipoli armati ed eccitati al suono dei propri passi inseguono l’orso con una sola idea in testa: farlo fuori. Fino alla prossima sciagurata occasione. Fino al prossimo spreco di noi stessi.

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