“La vita? Molti studiano per allungarla, mentre bisognerebbe allargarla”. Ci ha scherzato su, sornione fino all’ultimo, Luciano De Crescenzo, morto nella sua casa di Roma a 90 anni. Umorista, filosofo, regista, scrittore, cantore divertito della napoletanità, l’autore di un best seller come Così parlò Bellavista, poi diventato un film, è stato una di quelle nobili personalità intellettuali poliedriche del secondo Novecento italiano costruite attorno ad una forbita leggerezza nell’arte divulgativa e allo spiritoso e acuto senso dell’umorismo partenopeo.

Nato in piena estate del ’28 nel rione Santa Lucia a Napoli, papà proprietario di un’impresa di guanti, De Crescenzo si laurea in ingegneria idraulica alla Federico II di Napoli. Ma è nel trasferimento a Milano, all’Ibm dove rimarrà per vent’anni diventando anche dirigente, che affina la sue capacità di scrittore e decide di cambiare mestiere. Durante una cena a casa di Renzo Arbore, complice l’incontro con Maurizio Costanzo, conduttore di un talk straordinariamente pop come Bontà loro, De Crescenzo pubblica nel 1977 per Mondadori Così parlò Bellavista. Romanzo buffo e atipico per l’epoca, sorta di dialogo furbescamente socratico, gentile e popolare, in cui, nei capitoli dispari, il professor Bellavista si confronta amichevolmente con un “vice sostituto portiere”, un “bibliotecario poeta”, uno spazzino, dottori e amici vari; mentre nei capitoli pari diventa saggio ironico su scenette ed episodi di vita vissuta anche personalmente di quotidiana “napoletanità”. Questo strampalato oggetto editoriale che esalta senza esagerare vizi e virtù dei napoletani diventa subito un best seller non solo nazionale: oltre 800mila copie vendute e decine di traduzioni in ogni parte del pianeta. Nel 1984 il libro diventerà un film diretto ed interpretato da De Crescenzo (nei panni del professor Bellavista), una produzione Rete4 che gli permette di vincere addirittura un David di Donatello e un Nastro d’Argento come miglior regista esordiente.

Ma è proprio a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta che l’ingegnere napoletano inizia a pubblicare testi sulla filosofia greca dove alle riconosciute figure di Aristotele, Platone, Epicuro, gli “stoici” mescola i “suoi filosofi”: il suo maestro Riccardo Colella, il matematico Renato Caccioppoli (che ebbe come docente alla Federico II), Salvatore Palumbo, gli “scettici”. Questa la cifra stilistica di De Crescenzo: un divertissment continuo sufficientemente scientifico per non finire in burla, costantemente personale per marchiare una divulgazione con i tratti della leggerezza. Amico di Lina Wertmuller, del sociologo William De Masi, ma soprattutto spassoso compagnone del team di Renzo Arbore quando ancora non era arrivato Quelli della notte, De Crescenzo finisce ad interpretare Dio ne Il Pap’occhio, diretto da Arbore, mescolandosi in una partita di giro incredibile: Roberto Benigni, Mario Marenco, Diego Abatantuono e perfino Martin Scorsese e Isabella Rossellini.

Con la Rossellini avrà poi una relazione, “croce e delizia” di una lunga dinoccolata e tragica sequela di storie d’amore (il divorzio dalla moglie Gilda quando aveva 33 anni che lo portò a tentare il suicidio, la prostituta che gli dava consigli e con cui non faceva l’amore, la stessa fidanzata condivisa con Arbore e poi lasciata da tutti e due, ecc…) che finiranno in un libro autobiografico pubblicato nel 2018, Sono stato fortunato. Probabile che questo lungo periodo di sovraesposizione mediatica si attenui pressappoco attorno a metà anni novanta, con la pubblicazione, sempre con Mondadori nel 1994, dell’ultimo saggio “filosofico” intitolato Panta Rei, dove questa volta è Eraclito ad esporgli il suo pensiero e lui a tradurlo, tra il serio e il faceto, personalizzandolo un pochino.

De Crescenzo ha pubblicato in tutto una cinquantina di testi, vendendo venti milioni di copie (sette solo in Italia) con traduzioni in 19 lingue e diffusione in trenta paesi. In uno dei suoi tanti aforismi fece ammuina attorno alla sua imperscrutabile appartenenza a qualche area o partito politico rispondendo a tutti quelli che volevano sapere se era di centrodestra o di centrosinistra che lui era del “centro storico”. Infine, in una recente intervista a Il Mattino rispose scherzoso alla solita critica rivoltagli da tanti colleghi invidiosi della suo successo popolare rimescolando argomenti “alti” come la filosofia: “Io non sono un filosofo; al più mi definirei un simpatizzante“.

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