Trentasei corpi sono stati rinvenuti vicino a Zarzis, altri due al largo dell’isola ai Djerba. Sale così a 68 il numero dei cadaveri recuperati delle vittime del naufragio al largo delle coste tunisine avvenuto lo scorso 1 luglio. Il gommone sul quale viaggiavano oltre 80 migranti era affondato dopo la partenza, in direzione Italia, dalle coste libiche di Zwara. I sopravvissuti al naufragio erano stati appena tre.

L’aggiornamento sul numero dei morti recuperati è stato dato dalla Mezzaluna rossa. Secondo le dichiarazioni di sopravvissuti, raccolte dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), a bordo del gommone c’erano 86 persone. Le persone recuperate in vita erano state 5 ed erano state portate a Zarzis da pescatori tunisini. Due dei sopravvissuti, originari rispettivamente della Costa d’Avorio e del Mali, sono morti dopo l’arrivo in ospedale. 

Intanto, nelle scorse ore, Unhcr e Oim hanno firmato una nota congiunta nella quale “chiedono che i 5.600 rifugiati e migranti attualmente detenuti nei diversi centri della Libia siano rilasciati in modo coordinato e che ne sia garantita la protezione, oppure che siano evacuati verso altri Paesi dai quali sarà necessario reinsediarli con procedura accelerata”. È “necessario”, scrivono, che i Paesi “acconsentano a un numero maggiore di evacuazioni e mettano a disposizione posti per il reinsediamento”.

Inoltre, viene sollecitato “ogni sforzo per impedire che le persone soccorse nel Mediterraneo siano fatte sbarcare in Libia, Paese che non può essere considerato porto sicuro”. In passato, ricordano, le imbarcazioni degli Stati europei “che conducevano operazioni di ricerca e soccorso hanno salvato migliaia di vite, grazie anche alla possibilità di effettuare sbarchi in porti sicuri. Esse dovrebbero poter riprendere a svolgere questo compito vitale e si dovrebbe istituire con urgenza un meccanismo di sbarco temporaneo che consenta una condivisione di responsabilità a livello europeo”. 

Ai migranti “che desiderano fare ritorno nei propri Paesi di origine dovrebbero essere garantite le condizioni per poter continuare a farlo. Risorse supplementari sono parimenti necessarie”. L’Unhcr e l’Oim sottolineano poi che “la detenzione di quanti sono fatti sbarcare in Libia dopo essere stati soccorsi in mare deve terminare. Esistono alternative pratiche: dovrebbe essere consentito loro di vivere nelle comunità locali o in centri di accoglienza aperti e si dovrebbero stabilire le relative modalità di registrazione”.

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